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a cura di MARIA RICCA, giornalista*

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22/02/14

BENEVENTO - LA RECENSIONE- "Don Chisciotte..." ad "Obiettivo T": farsa teatrale, tra suggestioni colte ed umori popolari

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di Maria Ricca

Una recitazione volutamente sopra le righe, dialoghi scoppiettanti ed arguti, parlata esplicita e magniloquente,  sussurri (nemmeno tanti) e grida, soprattutto, ma funzionali alla messinscena, hanno caratterizzato potentemente “Don Chisciotte, Carluccio e la fattucchiera”, lo spettacolo proposto per la rassegna “Obiettivo T” della Solot, firmato da Antonio Iavazzo, attore, regista, didatta e formatore in discipline teatrali e dello spettacolo ed in tecniche di creatività. Che, nella pièce portata in scena al Mulino Pacifico dall’Associazione Teatrale “Il Colibrì” , ha mescolato insieme ingredienti dei più disparati, orchestrandoli sapientemente in una farsa,  ed attingendo a piene mani dalla tradizione delle “atellane”, ma anche della commedia dell’arte, da certe suggestioni scarpettiane fino al realismo linguistico tipico di opere popolari.
Nulla di improvvisato, perciò. Dietro a ciascun personaggio, perfettamente caratterizzato e volutamente prevedibile, in gesti ed azioni, secondo un copione scritto dalla tradizione e segnato dalla tipizzazione esasperata dei caratteri, si è notato perfettamente lo studio particolare degli interpreti e del regista.
Così don Chisciotte, nella trasposizione scenica in provincia di Napoli, torna ad essere un  ardente idealista, al servizio degli umili e degli oppressi, delle donzelle in difficoltà e delle nobili cause. Con lui, nella “pugna”, il fido Sancho, qui un “figlio del popolo”, rozzo e sempliciotto, ma arguto e di indole pratica, come nell’originale.  Le “signore” rappresentano i più diversi volti della femminilità, dalla dignitosa Santina, alla dinamica e buona domestica Berta, dalla furba Teresella, prostituta miracolata, fino alla “fattucchiera” imbrogliona, “orribile visu”, ma troppo pasticciona per essere presa sul serio. Il “signore del castello” è  un prepotente “guappo di cartone”, dal cuore di burro,  che però non disdegna “mazzate” agli avversari, con l’aiuto dei suoi improbabili “bravi” e di uno zio cardinale, corrotto, naturalmente, come nella più popolare delle immaginazioni. E qui ci sta tutta la colta citazione, volta in operetta, ovviamente, di ben altri “villains” di manzoniana memoria.

Insomma, un “pout pourri” di grande effetto , che dapprima ha stupito e poi ha coinvolto il pubblico, molto divertito, alla fine, e sicuramente ammirato dalla sapienza dei movimenti,  soprattutto nelle scene di gruppo, perfettamente orchestrate, senza sbavature o cali di ritmo, grazie anche al dinamismo e alla professionalità degli interpreti, che mai si sono risparmiati, a coreografie indovinate ed ad una grande attenzione a costumi, trucco e parrucco, volutamente esagerati per offrire la migliore caratterizzazione dei personaggi.