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a cura di MARIA RICCA, giornalista*

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26/04/14

BENEVENTO – Al “Festival della Fede” la testimonianza affascinante di Pupi Avati: quando il cinema incontra la vita

La testimonianza del regista Pupi Avati 
di Maria Ricca

Quando il cinema diventa vita, davvero  ne derivano incontri  entusiasmanti. Come quello che ha incantato la platea intervenuta al momento di apertura del Festival della Fede, seconda edizione, nella Sala Leone XIII  del Palazzo Arcivescovile di Benevento, introdotto da Monsignor Abramo Martignetti,  Vicario Episcopale per la Pastorale e dal professor Paolo Palumbo,  Direttore artistico del Festival, nato col patrocinio dell’Arcidiocesi ed il contributo dell’Amministrazione Provinciale, dell’Unifortunato, della Camera di Commercio . A coordinare i lavori il giornalista Pellegrino Giornale, dell’Ufficio stampa del Festival.  
Grande affabulatore, abile nel sottolineare con accenti semplici ed intensi i concetti espressi, Pupi Avati ha, con disinvoltura e senza infingimenti, raccontato la propria esperienza di vita. Partendo da un concetto semplicissimo ed essenziale, per chi crede: il ruolo della Provvidenza nell’esistenza di ognuno.
L'incontro con l'Arcivescovo Mugione 
Quella che ti fa dire che, se è vero che ognuno di noi è artefice del proprio destino, si può ugualmente affermare che nulla accade per caso e che anche le sofferenze possono diventare una straordinaria opportunità, se lette nella luce della Fede. Difficilissimo, certo, ma non impossibile.
E’ così che la madre di Pupi Avati, rimasta vedova giovanissima, a soli 32 anni, ha trovato la forza di portare avanti i suoi figli, insegnando loro questa visione della vita. E’ così che lo stesso Avati ha trovato finalmente la propria strada, che lo ha condotto a divenire il più longevo e produttivo dei registi italiani (48 film all’attivo), seguendo il proprio talento vero, oltre ogni passione presunta.
L'introduzione di Monsignor Abramo Martignetti
E così via, di aneddoto in aneddoto, Avati ha raccontato del suo incontro con Lucio Dalla,  clarinettista sublime, che, nel confronto con la sua grandezza,  gli fece comprendere come non fosse propriamente la musica la sua vita, ma appunto il cinema. Quindi il ricordo della visione semplice e contadina della vita,  appresa da bambino, ove ogni evento ha un senso, anche la morte,  ed è accettato nella sua semplicità e normalità, senza paure.
Fino alla storia vera  del suo matrimonio, ormai lungo cinquant’anni, con la donna della sua vita, che risposerà per davvero a giugno, con maggiore consapevolezza della prima volta, e da cui è tratta, sia pure con le dovute differenze, la trama di “Un matrimonio”, la fiction recentemente trasmessa da Raiuno. Un rapporto difficile, iniziato con leggerezza  e passato attraverso una profonda crisi, poi ricomposta, infine, nel segno dell’amore per i figli che lo hanno reso, da adulti,  felicemente nonno e che allora erano anime spaurite, abbandonate da un padre immaturo. Una vicenda, anche quella,  che gli ha ispirato la recente “Il bambino cattivo”, sempre trasmessa da Raiuno: “Avete mai preso la mano di un piccolo i cui genitori litigano? – ha detto il regista – E’ una mano che trema.” E ha cancellato, così, con una semplice espressione, tutto il “relativismo etico – ha affermato – che ha condotto ad una deresponsabilizzazione tremenda.”
Il direttore artistico Paolo Palumbo 
“Da anziano - ha continuato - mi sento più  vicino al mondo dell’infanzia, perché i bambini sono vulnerabili, esattamente  come i vecchi lo sono”, raccontando di quella “collina della vita che inizialmente si percorre con la forza della fantasia e dell’incoscienza e da cui poi, giunti in cima, si discende, con la consapevolezza che la maggior parte del tempo è ormai alle spalle e che occorre cominciare a fare i conti con i ricordi, che ti tornano in mente uno dopo l’altro.”
“Perciò– ha  concluso (lui che da anni torna ogni sera, alle 17,30, ad ascoltare la Messa in quella Chiesa di Bologna dove andava la sua mamma) - io vado a pregare Dio soprattutto di esistere, perché ponga riparo alle tante ingiustizie che abitano il mondo e, infatti, sento la Fede particolarmente  nei momenti di gioia, quando l’armonia del creato, la giustizia e la serenità trionfano e si avverte che siamo parte di un tutto.”
Il tavolo dei relatori
C’è il tempo, infine, per chiudere con leggerezza e con due aneddoti che raccontano del suo incontro con Katia Ricciarelli per  “La seconda notte di nozze” e con Mariangela Melato giovanissima, già allora tenace ed intensa nel desiderio di realizzare il suo progetto di diventare attrice.
L’incontro, una bella intuizione davvero della Direzione artistica del Festival, che ha dimostrato fiuto e sapienza nella scelta dell’ interlocutore, di cui tutti conoscevano lo spessore professionale, ma pochi le  profonde qualità umane, si è chiuso alle 20, con la recitazione del Padre Nostro, a cui Avati si è unito volentieri.

Alle 21, in Piazza Castello l’accensione delle Luci della Fede ha concluso la prima Giornata della Manifestazione, che proseguirà, fra l'altro, il 28 aprile, alle 19, con la conversazione in compagnia del prof.alessandro meluzzi, psicologo, che parlerà di “Separati e Divorziati nella Chiesa. Prosettove per la famiglia ferita", alle 19 nella Rocca dei Rettori. E poi ancora, incontri, messinscene, attività di animazione ed incontri sportivi, fino al 4 maggio.