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a cura di MARIA RICCA, giornalista*

PARLIAMO DI...

05/04/14

BENEVENTO - "Felice chi è diverso", la consapevolezza di quell'inutile ..."fare la differenza"

Ciro Cascina, Marialaura Simeone, Michelangelo Fetto 
Al "Mulino del Cinema" l'amaro documentario del regista D'Amelio, presentato a Berlino

di Maria Ricca

Il dramma della diversità. La sofferenza della diversità.
Il dolore di sentirsi drammaticamente lontani dalla comunità dei “normali”, contro ogni “comune senso del pudore” per l’unico desiderio di essere finalmente se stessi, senza infingimenti. Nella migliore delle ipotesi si invoca il “vizio”.
Ancora un tema molto forte per il nuovo appuntamento della rassegna il “Mulino del Cinema”, in programma al Mulino Pacifico, curato dalla direzione artistica di Marialaura Simeone. 
E' stato quello con  “Felice chi è diverso”, documentario del regista Gianni Amelio, presentato nella sezione “Panorama Dokumente” della 64a Berlinale, e  prodotto in collaborazione con Rai Cinema e Rai Trade. 
Dall’omonima poesia di Sandro Penna, il documentario del regista, che solo recentemente ha fatto anch’egli “outing”,  racconta come l'omosessualità è stata vista in Italia e dai media italiani durante il secolo Novecento. A partire dalla testimonianza dolorosa di una madre, che si accorge della “diversità” del figlio in tenerissima età e ne fa una malattia, per se stessa, più che per il ragazzo. E poi quelle altrettanto drammatiche dei gay ormai non più giovanissimi, che ricordano le umiliazioni profonde subite dapprima in famiglia, con punizioni assurde per “redimerli”, oppure il costringerli in ruoli di “guardiani” di case d’appuntamenti, di “spassatiempo” per clienti danarosi.
Fino ai “ragazzi di vita” di certa Roma “perduta”, a dimostrare come il degrado, il più delle volte, derivi, ovviamente,  dall’odio, dall’incomprensione, dall’omofobia, che spinse allora (come oggi!), sulla strada, giovani  condizionati dal rifiuto, dal pregiudizio.
Il tutto condito da testimonianze illustri, da Paolo Poli a Ninetto Davoli, da improponibili sketch Tv della Rai anni Cinquanta, che volevano essere divertenti, fino ad opere cinematografiche anche d’Autore e che però “giocavano” sull’argomento. 
Senza il timore di utilizzare le parole, anche quelle più impronunciabili, che popolarmente hanno definito  negli anni gli omossessuali e che però ben restituiscono la considerazione che si aveva di una condizione vissuta come “malata” e “risibile”,  lasciando in chi guarda una profonda amarezza.  
Fino alla testimonianza serena e consapevole di chi, in qualche modo ce l’ha fatta, grazie, sicuramente, alla propria formazione personale, all’ambito sociale culturalmente evoluto in cui è nato e vissuto.  
In sala, prima del documentario e alla fine, a dare la propria testimonianza, l’attore Ciro Cascina, che ha raccontato la propria esperienza con sapienza e leggerezza ineffabili, ma non senza la consapevolezza dolorosa che molta strada c’è ancora da fare, perché finalmente ciascuno possa vivere la propria vita affettiva con serenità e liberamente, com’è nel diritto di ogni essere umano. 
Toccante l’intervento in apertura del rappresentante del collettivo W.A.N.D., che ha raccontato la difficoltà di poter fare “outing” in una città di provincia. 
Difficile ma, per fortuna, finalmente, non impossibile.