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a cura di MARIA RICCA, giornalista*

PARLIAMO DI...

16/05/14

BENEVENTO - L'irresistibile leggerezza del Premio Strega, fra la "verve" colta e un po' leziosa di Paola Saluzzi e l'ironia in musica di Gennaro Del Piano


di Maria Ricca

L'irresistibile leggerezza del "Premio Strega". E l'attrazione irresistibile della kermesse. Quella che ha riempito la sala del Cinema Teatro San Marco, ancora una volta, il 15 maggio 2014, richiamando i numerosissimi appassionati del genere, ma anche i molti infinitamente curiosi, che hanno risposto all'appuntamento con i dodici finalisti, in competizione per un riconoscimento letterario che resta il piiù prestigioso.
Spumeggiante madrina della kermesse, la giornalista Sky Paola Saluzzi che, prima dell'avvio della serata, si è volentieri concessa alle telecamere e ai taccuini delle Tv locali, senza sottrarsi agli scatti dei fotografi o alle domande dei colleghi. Nessuna boria per lei, ma un'estrema disponibilità, in verità non sempre sperimentata da parte dei conduttori degli anni precedenti.
Poi quasi tre ore serrate di talk show, in ambiente d'atmosfera, disegnato dalle scene di Fabio Melillo ed Italo Mustone. Al centro uno scrittoio pieno di volumi, alle spalle il cavallo dell'Hortus di Mimmo Paladino, l'Arco di Traiano, ricostruiti in carton gesso, i libri finalisti esposti su lunga mensola, lo schermo gigante, a mostrare titoli e case editrici e a catturare le espressioni dei dodici candidati al "Premio Strega".
E così, uno via l'altro, a colloquio con l'abile Saluzzi, son sfilati dinanzi alla platea gli autori selezionati. Per ciascuno una storia ed un'emozione, sollecitata dalle domande puntuali della conduttrice che, non senza una qualche eccessiva leziosità, è comunque riuscita nell'intento di cogliere e condividere col pubblico il senso ultimo di ogni scritto. E se è vero che "un libro non va raccontato fino alla fine, ma fino al punto in cui capisci che vuoi averlo sul comodino" (parola di Saluzzi!) allora si è dato subito spazio a trame e sensazioni, prodotte dai racconti.Nel mezzo gli interventi istituzionali, per celebrare ancora l'incontro beneventano con gli autori e i 68 anni dalla nascita del Premio, da un'idea di Maria e Goffredo Bellonci, con i loro "Amici della Domenica".
"Un onore ospitarli in città - ha sottolineato il Sindaco Pepe, ricordando come il Premio sia nato in un'epoca difficile, in cui l'Italia puntava a ricostruire se stessa, ripartendo dalla cultura." Una voglia di ricominciare ricordata anche dall'Amministratore Delegato della "Strega Alberti" Giuseppe Davino, nata dopo il bombardamento che nel '43 distrusse la Ditta e dopo il quale nacque il Premio. Soddisfazione è stata espressa anche dall'assessore regionale all'Istruzione Caterina Miraglia, per la quale Benevento ha offerto un'occasione di qualità alla Campania, di cui andar fieri. La storia della città e l'anniversario più importante, quello riferito alla nascita dell'Arco di Traiano (114-2014) sono stati al centro della "clip" d'omaggio mostrata al pubblico dall'Assessore Comunale Del Vecchio, entusiasta dell'evento, ma rammaricato dalla scarsità di risorse destinate in genere agli investimenti culturali, in questo periodo di crisi, che certo rendono più difficile ogni operazione in tal senso. Al Direttore del Premio Strega Stefano Petrocchi il compito di ricordare la storia del Premio, invitando sul palco la docente sannita Maria Cristina Donnarumma, che da quest'anno entra a far parte dei votanti, riconoscimento attribuitele per la solerzia e l'entusiasmo con cui ha sempre indirizzato gli studenti ad apprezzare il piacere della lettura, attraverso progetti e partecipazione attiva alle varie fasi del "Premio".
Entusiasmo e voglia di rinascita, dunque, alla base della istituzione del riconoscimento che in quegli anni si espressero anche attraverso la musica, celebrati in "Liquore Strega-Canzon' 'e Benevento", scritta dai fratelli De Curtis, nel 1902, autori della famosa "Torna a Surriento". A Gennaro Del Piano, musicista ed operatore culturale, il compito di eseguirla, ricordando ironicamente la "cattiveria" di colei "che beve il famoso liquore e non ne concede nemmeno un sorso" ad altrui.
L'operazione di recupero della melodia e delle parole, nata da ricerca universitaria, dovrebbe far parte di un più ampio progetto di riscoperta delle tradizioni culturali cittadine. Alla fine tutti sul palco, per le foto di rito, in attesa del giudizio finale. Che arriverà a luglio, al Ninfeo di Villa Giulia, ove dalla cinquina che resterà in gara, solo uno sarà il vincitore. Anche se quest'anno, due novità si affacciano all'orizzonte: la scelta di istituire un "Premio Strega" europeo per un autore scelto fra cinque stranieri e di un "Premio Strega Giovani", assegnato da 40 scuole italiane (fra cui il "Giannone" di Benevento) e 3 scuole estere. "Siate topini di biblioteca", dunque, raccomanda infine Paola Saluzzi agli studenti che affollano il San Marco, perché la "grande bellezza" tanto celebrata di questi tempi, passa anche e soprattutto attraverso le emozioni che solo le pagine di un libro possono offrire.

GLI AUTORI - Introdotti dalla Saluzzi, hanno illustrato ciascuno il senso più vero dei propri scritti. Passando dalla "storia di speranza" di Samìa, di "Non dirmi che hai paura" (ed. Feltrinelli), di Giuseppe Catosella, che vuol partecipare alle Olimpiadi di Londra e per questo affronta a piedi il deserto e poi sale su un barcone di disperati per superare il Mediterraneo, alla vicenda di "Lisario o il piacere infinito delle donne" (ed. Mondadori) di Antonella Cilento, una "bella addormentata del Seicento", che sfrutta la sua "narcolessia" per sfuggire alla condizione di subalternità femminile dell'epoca, svelando il potere sovversivo della sensualità.
Più drammatica è la condizione raccontata in "Bella Mia" (ed. Elliot), di una maternità non ricercata, ma accolta, per salvare il proprio nipote, reso orfano dal terremoto dell'Aquila, tra senso di inadeguatezza e risorse insospettabili. Una guerra interiore, narrata con le parole, che lascia spazio alla forza delle immagini di quella che sconvolse il mondo dal 1915 al 1918, nella "graphic novel" di Gianni Pacinotti-Gipi, autore di "Una storia". Perché, ha detto l'autore "il fumetto non è un genere inferiore, ma uno dei modi più efficaci per comunicare". Ancora una tragedia umana in "Come fossi solo" (ed. Giunti), di Marco Magini, quella di Sebreniza, e la scelta lacerante fra uccidere o lasciarsi uccidere. "Nella casa di vetro" di Giuseppe Monforte (ed. Gaffi), di nuovo la morte al centro, nella dimensione privata di chi sperimenta la lontananza irreversibile dei propri cari, eppure ne percepisce ancora la presenza. Uno sguardo lucido sull'evento estremo che è lo stesso che caratterizza la vicenda dell'ingegner Ivo Brandani, ne "La vita in tempo di pace" di Francesco Pecoraro (ed. Ponte delle Grazie), che altro non è che la continuazione della guerra in ogni senso.
Ma se non si teme di lasciare la propria terra, come decide Agàpito, molisano, protagonista de "La terra del sacerdote" di Paolo Piccirillo, allora si può far crescere anche altrove il proprio albero, perché è "il coraggio, che cambia il verso delle cose". Cionondimeno, restare in patria, per coltivare "Il desiderio di essere come TUTTI" (ed. Einaudi), come scrive Francesco Piccolo, senza farsi schiacciare dall'Apocalisse, è ugualmente coraggioso. Anche se l'Inferno, più che nell'Oltretomba, può abitare soprattutto questa terra, nelle vicende di chi è ucciso e massacrato in guerra, come racconta Giorgio Pressburger, in "Storia umana e disumana" (ed. Bompiani). Una lezione di vita, comunque, come quella che emerge nel viaggio familiare che il giovane Lorenzo Cirosa percorre in "Ovunque proteggici" (ed. Nottetempo) di Elisa Ruotolo, una "combattente pura", come l'ha definita la Saluzzi, richiamando a sé i "Lari", gli antenati, soprattutto di genere femminile, per salvarsi da padre e madre, figure di riferimento primarie, ma poco affidabili. Quel ruolo genitoriale così difficile da assumersi e che così bene tratteggia Antonio Scurati ne "Il padre infedele" (ed. Bompiani), raccontando la difficoltà di ritrovarsi padre a 40 anni, di una figlia amata in modo nuovo, smisurato e totalizzante, senza un modello tradizionale paterno a cui ispirarsi, se non quello "materno" della propria compagna, che diventerà però la "lama" che separerà la coppia, la quale, senza eqilibrio, si lascerà completamente fagocitare dalla sua nuova dimensione.