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a cura di MARIA RICCA, giornalista*

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04/06/14

BENEVENTO – “Il bambino invisibile”, storia di un’infanzia sofferta e di una rivincita straordinaria

Il volume autobiografico di Manuel Antonio Bragonzi, il 21 giugno al S. Cuore, per iniziativa de “la Casa di Giuseppe”


L’iniziativa è de “La Casa di Giuseppe”, l’associazione delle famiglie adottive di Benevento. Sabato 21 giugno alla Parrocchia del Sacro Cuore, alle 19,30, incontrerà Manuel Antonio Bragonzi, co-autore e protagonista del libro “Il bambino invisibile”. Una storia reale, dunque, la sua, che ben si collega al dramma di tanti minori abbandonati, desiderosi di una famiglia normale. Della storia di Manuel Antonio, quello che immediatamente colpisce con durezza il lettore – come fosse un pugno nello stomaco - è che è totalmente e drammaticamente vera, e che il protagonista è un bambino di pochi anni come uno dei nostri figli o nipoti, al quale non si riesce a non paragonarlo immediatamente. Nel nostro mondo l’immagine che abbiamo di un bambino di 5 anni è certamente quella di una creatura che sta affacciandosi alla vita, via via la scopre, nomina la realtà, impara a fare da solo, ma è ancora totalmente dipendente dagli adulti che lo accudiscono e cercano di proteggerlo, il più a lungo possibile, dalle difficoltà o dagli insuccessi; ci sembra davvero troppo piccolo per incontrare la fatica del vivere. Vorremmo sempre che fosse una creatura lieta e spensierata. E invece non è così.
 E’ il 1981, siamo a S. Elena, a 200 km di distanza da Santiago del Cile. Il bambino del titolo è invisibile per l’indifferenza che nel villaggio lo circonda: non ha padre né madre, non è di nessuno, non interessa a nessuno, nessuno lo accudisce. A 5 anni Manuel Antonio scopre, da un vicino, che due anni prima la sua mamma è morta, uccisa proprio da quello che lui ritiene il suo nonno. Questo fa maturare in lui la rabbia e il desiderio di fuggire lontano e così, dopo l’ennesima violenza, scappa nella foresta dove rimarrà per tre anni. Tuttavia, questo è ciò che sembra più incredibile, l’uomo, seppur ancora cucciolo, è forte, ha delle risorse di cuore e intelligenza che nessuno ha educato, eppure esistono e lo aiutano ad imparare e crescere. Manuel è sveglio, sa osservare. Spiando nella foresta i gesti di uno sconosciuto, impara a costruire una fionda con cui va a caccia. Imitando a lungo con attenzione le mosse di un gatto, impara a catturare gli uccellini che poi cuoce la notte sulle ultime braci del fuoco acceso dai pastori ai margini del villaggio. Dorme sotto gli alberi e si ciba di quello che trova, piccolo e denutrito riesce a sopravvivere. Ogni tanto fa anche qualche incursione nel villaggio, sempre più sporco e selvatico, ma chi lo vede non se ne interessa. In una realtà ostile, sviluppa positivamente la certezza che la natura gli è amica, lo nutre e lo protegge, come gli uomini non hanno mai fatto.  Tutte queste esperienze portano Manuel Antonio al punto cruciale della sua vita: abbandonato definitivamente dal nonno che chiama le guardie perché se lo prendano, viene messo in un istituto. Lì lo troveranno Milvia e Romolo e inizierà per lui, con l’adozione, un nuovo percorso, fatto questa volta di cura, affetto, istruzione. Oggi è un giovane uomo che ha saputo dolorosamente raccontare la sua storia a chi poteva scriverla, e, pur conservando nel cuore la ferita profonda dell’infanzia, non ne è rimasto intrappolato e sa accompagnare sorridendo i suoi bellissimi figli.