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a cura di MARIA RICCA, giornalista*

PARLIAMO DI...

21/09/14

BENEVENTO - Gianluca Guidi, sapiente e frenetico “Oscar” Wilde, infelice e disincantato

di Maria Ricca

Il dandy e l’uomo. La brillante arguzia e le miserie umane.
Ironia amara e senso del grottesco disegnano efficacemente la parabola esistenziale di Oscar Wilde in “Oscar”, in scena nell’ultimo week-end di Città Spettacolo, al De Simone. Del difficile compito di restituire al pubblico intatta l’anima e l’essenza più vera del drammaturgo inglese che scandalizzò la bigotta società vittoriana, si è incaricato Gianluca Guidi. E lo ha fatto su testi di Masolino D'Amico, regia Massimo Popolizio e musiche di Germano Mazzocchetti, senza risparmiarsi un attimo, in una frenesìa interpretativa che gli è derivata dal suo nascere attor brillante e che ha saputo profondere tutta nella difficile impresa. Restando ancora sulla scia di papà Dorelli, ma finalmente libero dall’etichetta di “figlio d’arte”, per meriti acquisiti in tanti anni sul palcoscenico e quindi  abile nel  far rivivere successi e disgrazie di colui che più di ogni altro seppe smascherare e mettere alla berlina i vizi di certa società “bene”, che non gli perdonerà poi tanta disinvoltura e disincanto.
Non può che cominciare dalla fine, quindi, il racconto della vita e delle opere del drammaturgo inglese, riavvolgendo in un certo qual modo la pellicola di quello che, in effetti, per ambientazione e regia, ha le caratteristiche di un film muto. “Oscar Wilde è morto”, strilla il titolo del più famoso giornale dell'epoca, mentre l’interprete Guidi, già tutt’uno col personaggio, racconta di se stesso e del suo desiderio di vivere l’eccesso in ogni campo, perché “solo lo straordinario sopravvive”. Atteggiamento  che lo rese popolarissimo ed apprezzato nella prima fase della sua esistenza, l’ “idolo di Londra”, con le sue brillanti ed ingegnose commedie. Un successo dopo l’altro, che Wilde seppe godersi, senza riserve. Furono gli anni delle conferenze americane, degli abiti eleganti, dei fazzoletti colorati, delle battute argute e spiazzanti, del gioco con “la venerabile arte della menzogna”. E le scelte di regia hanno tutto  restituito al pubblico con la recitazione serrata di Guidi, che, fra l’altro,  ha cantato disinvoltamente in inglese, sottolineando ogni passaggio emotivo, abile nel muoversi in scena, grazie anche alla padronanza dei mezzi e degli arredi, abilmente costruiti per raccontare il personaggio. Un sistema semovente di binari gli ha consentito  di cambiare ambientazione ogni volta ed altrettanto hanno fatto le proiezioni scenografiche dei quadri “animati” alle spalle, di cui lo stesso Guidi è stato  protagonista.
Come nella migliore delle interpretazioni freudiane, il principio di ogni disagio sentimental-sessuale non può che essere la madre, incombente, che avrebbe desiderato una bambina e che come tale, quindi, nei primi anni educa Oscar. Il drammaturgo ingaggia con lei, sempre altera e sprezzante, enorme ai suoi occhi, anche fisicamente,  una “singolar tenzone”, nella quale soccombe.
C’è spazio anche per l’amore e la tenerezza nella prima vita di Oscar Wilde. La trova in quel l’Alfred Douglas, che incanta, per la sua giovinezza ed innocenza, lui,  ormai maturo e consapevole.
Sono amanti, chissà…Ma certo sono uniti da un sentimento fortissimo di attrazione e di reciproca devozione, per motivi diversi. Tutto inutile:  “Guilty”, “Colpevole” , sentenzia il giudice che lo condannerà dopo  un processo infamante ed umiliante, solenne accusatore il terribile padre dell’amato,  in cui gli sarà rinfacciato di tutto e la sua vita sarà scandagliata in ogni più intimo dettaglio. Ce n’è abbastanza per condannarlo ed imprigionarlo in una condizione miserevole in cui Wilde si ammala nel corpo e nello spirito.
Il carcere, la perdita della libertà e della salute, mai della dignità, però,  nonostante le privazioni, la delusione di aver perso tutto, le allucinazioni e la splendida fiaba allegorica del gigante, Guidi le ha proposte al pubblico,  con una rara felicità interpretativa.
Gli ultimi anni Wilde li trascorre in un sordido hotel di Parigi, abbandonato da tutti, ma in compagnia del suo brandy, perché comunque sia,  “sto morendo al di sopra delle mie possibilità”, dice. E la classe non è acqua, appunto.
Fino al funerale solitario (“Appena tredici persone, incluso il prete, esclusa la salma.”) e niente riabilitazione. Fino a quando sarà riesumato per essere sepolto nel cimitero di Père Lachaise a Parigi, ancora intatto, nonostante il tempo.
Un “occhiolino” finale al pubblico,  dal ritratto “post mortem”, suggella ancora una volta con ironia un percorso irripetibile e speciale. Perché, in fondo, dice Wilde, ne è valsa la pena. Applausi per Guidi, stanchissimo ed emozionato, alla fine,  "felice – ha detto – di essere stato ancora una volta invitato a questo Festival."