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a cura di MARIA RICCA, giornalista*

PARLIAMO DI...

16/04/15

LA RECENSIONE - “Signori in carrozza…”, in nome del Teatro vero, oltre diversità di generi e contraddizioni

Applausi per Ernesto Lama, Margherita Vicario e Giovanni Esposito in una performance sulla magia del palcoscenico

 di Maria Ricca

“Perché il teatro è l’unico posto ove si viaggia davvero, come su un treno, più che su un treno…”  E si viaggia attraverso sogni, emozioni, ricordi e sensazioni che solo il palcoscenico può dare. A chi è protagonista in scena e a chi, in platea, ogni sera, riceve nuova linfa vitale dalle più felici interpretazioni.
Una vera e propria celebrazione dell’arte teatrale, dunque, quella andata in scena per la rassegna del Teatro Pubblico Campano, al “Roma” di Portici, e questa sera a Benevento, al Massimo, con “Signori, in carrozza…”, di Andrej Longo, nella quale si son fronteggiate, senza risparmiarsi,  le più diverse professionalità della Compagnia degli “Ipocriti”
Un’opera corale curatissima, nella regia discreta ed attenta di Paolo Sassanelli (l’ “Oscar” di “Un medico in famiglia”, per il grande pubblico), che per sé ha ritagliato volutamente un ruolo minore, onde meglio tirare le fila di un gioco scenico, in cui  nulla è stato lasciato al caso.
Una messinscena senza cadute di ritmo, difficile da allestire e da gestire, a metà fra il musical ed il racconto, per narrare il fronteggiarsi di due compagnie in gara per salire sul treno, “La Valigia delle Indie”,  Londra-Brindisi-Bombay ed allietare così il viaggio dei passeggeri. Due filosofie e due stili diversissimi, incarnati, nelle complicate simmetrie delle scene di gruppo, dai leader dei due schieramenti artistici, il Direttore, convinto testimone della tradizione del teatro partenopeo, a cui ha dato vita un Ernesto Lama in stato di grazia, con voce potente e caratterizzazioni indovinate, da Nino Taranto in poi,  e la disinvolta Margherita Vicario (la giovanissima “Nina” de “I Cesaroni”), che ha regalato al pubblico gustose performances, fra il jazz e lo swing, con brio e naturalezza da attrice navigata.
E’ stata Marit Nissen, la bella attrice e doppiatrice tedesca, compagna di vita e di scena di Sassanelli, qui nei panni di Frida, a fare all’inizio da “trait – d’ – union” fra i due modi di concepire lo spettacolo, lasciando intendere esperienze dolorose (campo di concentramento?) alle spalle, e  quindi disposta, nonostante i modi rudi, all’accoglienza del diverso. E’ un attimo e i due gruppi, i “signori” e gli “zingari” dopo ripetute schermaglie, trovano un’intesa. A suggellare l’unione, l’esecuzione  congiunta dei brani più diversi, fino all’irresistibile “Rumba degli Scugnizzi”, ove la melodia e le parole di Viviani hanno dato vita ai minuti più coinvolgenti dello spettacolo, con l’irrinunciabile apporto di  Ivano Schiavi e  Sergio Del Prete
L’Ensemble “Musica da Ripostiglio” , in una performance nei toni e nei ritmi vicinissima alla tradizione  dell’Orchestra di Piazza Vittorio e a quella “Wedding and Funeral” di Bregovic, ha confermato la classe che l’ha distinta in quest’ultima stagione, in “Servo per Due”, con Pierfrancesco Favino.
I due “capocomici”, nella storia,  finiscono per sognare insieme un futuro a Broadway, in una rinnovata alleanza, stretta ancor di più dalla passione e dalla paura per un fantasma che si aggira nell’antico teatro in cui fanno le prove, tale Pasquale Cafiero, attore fallito, che vorrebbe che le due compagnie rinnovassero la tradizione della sala in disuso nella quale si trovano, pena la maledizione di non lavorare più in futuro, e per questo lascia loro in eredità un baule pieno di costumi di scena. Nessuno ci casca, però. Il “fantasma” altri non è, “en travesti”,  che il gestore del teatro, l’irresistibile Giovanni Esposito (già al cinema con Alessandro Siani ed in Tv con Giorgio Panariello), che davvero in ogni modo prova a trattenere gli artisti, improvvisando divertentissimi siparietti che hanno appassionato e divertito il pubblico.
Le audizioni per salire sulla “Valigia delle Indie”, si comprende alla fine, sono solo un pretesto per fare on modo che la sala teatrale chiusa ritorni alla vita.
Nulla di tutto quello che si è detto, dunque, è vero.
Se non che il teatro è ancora il luogo dei sogni, ove tutto davvero può accadere. E così sullo schermo posto sul palcoscenico, sono apparese, malla fine, le belle immagini degli attori e delle performances del tempo che fu. Una messinscena che va letta come un reale atto d’amore verso un genere che, a dispetto del tempo, continua ad ammaliare…