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a cura di MARIA RICCA, giornalista*

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30/07/15

TEATRO - Il 7 agosto, al Mulino Pacifico, si riassapora il vino, fra storia, ironia e tradizioni, in "Salute" della Solot

di Maria Ricca

BENEVENTO - Torna in scena, il 7 agosto, al Mulino Pacifico, una delle pièce più apprezzate di quest'inverno. E' "Salute", con Michelangelo Fetto, Antonio Intorcia, Rosario Giglio e Massimo Pagano,  quartetto affiatatissimo di attori, che per dar vita all'opera teatrale hanno attinto a tutto il patrimonio in loro possesso di brio, ironia, arguzia e tradizione. Si parla di vino in “Salute”,  ove gli interpreti affrontano, in ogni termine e modo,  la storia della bevanda più amata, passando attraverso l’origine etimologica del nome, forse derivante dal sanscrito, nel prologo affidato ad Antonio Intorcia, per arrivare al “grammelot” partenopeo di Rosario Giglio che, reinterpretando Dario Fo, racconta a suo modo “Le nozze di Cana” ed il miracolo della trasformazione dell’acqua nel mitico umore rosso, per rallegrare la festa di matrimonio. Duellano, poi, Antonio Intorcia e Massimo Pagano, riproponendo la famosa disputa fra i vini del territorio, la bianca Falanghina, che volentieri accompagna il pesce e le pietanze più delicate, ed il rosso ed impegnativo Aglianico, che serve i piatti di carne più saporiti.  E se poi Michelangelo Fetto, autore e regista del testo, con la collaborazione culturale di Carla Visca,  organizzazione di Paola Fetto, prepara ed offre al pubblico un sorso di “mulsum” , il vino dei Romani, addolcito col miele, che accompagnava i pasti, si dilettano gli attori, fra canti, stornelli e danze, ad alternare la recitazione a momenti esilaranti di pura comicità. Servono sommeliers e studiosi della materia, però, per apprezzare opportunamente il vino, e li si invita sul palco ad illustrare  le tre fasi più importanti dell'assunzione della bevanda, quella visiva, olfattiva, gustativa. Allegria e nostalgia, nel finale, chiudono la performance, sulle note simpatiche e struggenti del “Brinnesi”, che Libero Bovio dedicò, nel lontano 1922, alla sua ingrata innamorata. E' Massimo Pagano ad eseguire il pezzo, con sapiente ironia, riproponendo più volte il motivo in varie interpretazioni.