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a cura di MARIA RICCA, giornalista*

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21/09/15

DAL 26 SETTEMBRE - Enzo Esposito, artista delle neoavanguardie, espone all'Arcos di Benevento

Il museo ARCOS di Benevento, per la direzione artistica di Ferdinando Creta, presenta al pubblico, sabato 26 settembre 2015, una mostra dedicata a Enzo Esposito, beneventano, uno dei grandi maestri nello scenario artistico nazionale e internazionale, tra i più interessanti interpreti della stagione delle neovanguardie. Enzo Esposito nasce a Benevento nel 1946 e dal 1980 vive e lavora a Milano. Dopo un periodo di lavori concettuali e uso del mezzo fotografico, è uno tra i pochi artisti in Italia a intuire, alla fine degli anni '70, il passaggio alla pittura attraverso gli “ambienti”. Al 1977 risalgono le prime installazioni, pitture eseguite direttamente sulle pareti delle gallerie,  Esponente di spicco dei “Nuovi Nuovi”, gruppo fondato da Renato Barilli agli inizi degli anni '80, Esposito partecipa a quasi tutte le esposizioni nei più importanti musei italiani e europei, che storicizzano questo avvenimento. 
Lo comunica Claudio Ricci, Presidente della Provincia di Benevento, nel cui patrimonio rientra Arcos.   Scrive Francesco Tedeschi, nel saggio in catalogo mostra: Quella di cui Enzo Esposito è tra i protagonisti, nello scorcio degli anni Settanta e negli anni Ottanta, è la vicenda di un “ritorno alla pittura” ben rappresentato da chi, come lui, lungo una buona parte dell’ottavo decennio, era stato attratto da altro genere di realizzazioni, tradotte nella oggettualità di teche e raccolte di una strumentazione tecnica di natura apparentemente aggressiva. Enzo Esposito ha vissuto con intensità e convinzione il passaggio da un'arte di natura analitica a un'arte più aperta a istanze emozionali e ambientali. Le opere esposte a Benevento sintetizzano questa traccia, declinata con avventurose invenzioni linguistiche. La mostra raccoglie un ciclo di lavori di questi ultimi anni, dalle carte di grandi dimensioni, dove lacomponente strutturale è forte e la composizione sembra trovare analogie fra l’anatomia e l’architettura,alle grandi tele dove il forte impatto cromatico si dirama nell'ambiente e crea un  inaspettato coinvolgimento fisico emotivo. Esposito ci propone un diverso modo di concepire l'opera, come la grande tavola ellittica la cui forma accentua il dinamismo percettivo del colore contraendo lo spazio in modo diverso, una pittura cioè che diventa “plurima”, dove volume, architettura e colore diventano un'unità articolata e indissolubile che fonde oggettività e rappresentazione. Scrive Francesco Tedeschi: La pittura si fa cosa, presenza, occupa fisicamente il luogo e si manifesta come attuazione di un processo che sembra così risolvere la tensione di Esposito ad andare oltre la superficie, a generare una costruzione che diventa scena, quasi si trattasse di una finzione teatrale.