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a cura di MARIA RICCA, giornalista*

PARLIAMO DI...

04/09/16

CITTA' SPETTACOLO 2016 - Glauco Mauri e Roberto Sturno, "lectio magistralis" all'Hortus sull'umanità e l'universalità di William Shakespeare

di Maria Ricca

“Se tu non canti, usignuolo, mi costringi ad ascoltare le rane che gracidano”.  E’ giusto, dunque,  che, chi ne ha il dono, canti , per sollevare l’umanità dalle banalità e dalla volgarità che sono intorno a noi.
Inizia così l’inteso recital shakespeariano a due voci  di Glauco Mauri e Roberto Sturno, appassionati testimoni dell’arte del Bardo inglese,  a 400 anni dalla morte, in Città Spettacolo 2016. Una “lectio magistralis”, che affascina l’attento cultore della materia  ed incanta il pubblico avvertito, nella perfetta cornice dell’Hortus Conclusus, suggestivo luogo dell’anima, che ben accoglie le voci calde e l’interpretazione viva degli interpreti , su  musiche composte ed eseguite in scena da Giovanni Zappalorto.


E, così, via via i due attori ripercorrono i passi salienti delle opere più significative del drammaturgo, immortali per l’universalità e la forza dei temi che affrontano:  “Il mondo intero è un palcoscenico – dice Shakespeare, in “As you like it” - E tutti gli uomini e le donne semplicemente attori”, con le loro entrate ed uscite di scena, nei sette atti che compongono la sua vita.

Forza tragica è quella dell’ambizioso “Macbeth”, che con la vita è costretto a fare i conti, dopo il male sparso in ogni dove.
Forte e rapace è Riccardo III, abile manipolatore delle menti. Disilluso è “Timone d’Atene”, che tira amaramente le fila di una vita spesa ad aiutare gli altri e costretto poi a meditare la vendetta verso gli ingrati.
La delicatezza dei versi dei sonetti 29,22,66,71, dedicati al conte di Southampton, giovane mecenate dell’artista, è intervallo che lenisce il cuore con l’espressione più delicata dell’amore, sia pure nell’ambiguità dei riferimenti.
E’, infine,  Roberto Sturno ad incarnare Marcantonio,  per la velata denuncia dell’azione scellerata  dell’ "uomo d’onore Bruto” e ad esprimere  il giudizio negativo sul traditore, argomento potente dell’orazione funebre di Antonio alla morte di Cesare, nell’omonima opera shakespeariana. Dolente “Re Lear” è Glauco Mauri, nel rappresentare il tradimento e l’abbandono filiale.
La chiusura è affidata naturalmente, e non poteva essere diversamente, alla “Tempesta”, ultima opera di Shakespeare e al monologo finale di Prospero, inteso come il congedo del grande Autore dalle scene:  “Siamo  della stessa materia di cui sono fatti i sogni”, afferma lo spodestato duca di Milano, in riferimento agli attori sulla scena della vita.
La grandezza di Shakespeare è tutta qui, nella semplice espressione di un’intensa verità, che supera ogni ipotesi di presunzione su noi stessi e la nostra esistenza.
E il teatro e la sua stessa essenza, nei suoi testi migliori, è educazione alla sensibilità, ed offre ispirazione ad  una vita più consapevole ed intensa.