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a cura di MARIA RICCA, giornalista*

PARLIAMO DI...

15/11/16

TEATRO - Napoli, la storia agrodolce di una città bella e disperata narrata dai Teatralia, diretti da Gino Rago


Performance coinvolgente e "sanguigna", a Portici, per celebrare il capoluogo partenopeo, terra di mille contraddizioni



di Maria Ricca

Rileggere la storia della propria terra è impresa non sempre facile. Soprattutto se questa terra si chiama Napoli ed è città dalle mille contraddizioni. Nascervi vuol dire condividere la lingua di Massimo Troisi e di Totò, dirsi concittadino di Paolo Sorrentino, premio Oscar , poter attingere all’immenso patrimonio teatrale di Viviani e di Eduardo e a quello musicale di Salvatore Di Giacomo, Libero Bovio e Pino Daniele. Ma vuol dire  anche vivere quotidianamente il disagio
prodotto ad ogni livello dalla criminalità, i ritardi infiniti, il malcostume, l’indolenza e tanto altro. Insomma, luci ed ombre.
E però abbandonare il campo non è la soluzione. “Si ce ne fujmm’ nuje, chi resta a difenderla questa città?” Parole di Luigi Rago, docente e drammaturgo, attore e regista, anima del gruppo Teatralia di Portici, che in un’ora e un quarto di spettacolo, in sede, sul tema “Nascett’ mmieze ‘o mare” (la storia di una città raccontata attraverso il varietà)  restituisce al pubblico le immagini più significative di
un percorso storico per certi versi drammatico e per altri  grottesco, brillante ed appassionato.
E così, le interpretazioni degli attori, nei vari quadri, scorrono sul palcoscenico dinanzi al pubblico, che partecipa attivamente, attore fra gli attori, allo svolgersi delle diverse scene, cantando, applaudendo di volta in volta, rispondendo alle battute che vi si susseguono .
La prima scena è di Masaniello (Rago), che conferma l’amore straordinario per il suo popolo (“Ie ve vulev’ sulamente
bben’, irev’ munezza e ie v’agg’ fatt libbere”) e la voglia di non arricchirsi alle sue spalle (“Annur’ so nat’ e annur’ vogl’ murì! ) . E’ solo un attimo e la scena è di “Pulecenella” (Rago), che ha scoperto che in Paradiso sono tutti uguali, senza differenze, anche se lui non morirà mai. Ma non bisogna mai abbassare la guardia. Risuona, così,  la canzone dei rivoluzionari, “Palummella…”, eseguita dalla voce potente e suggestiva di Renato Rossi, con struggente interpretazione, datata 1766, cent’anni dopo la scomparsa di Masaniello.
Spezzano la tensione i gustosi intermezzi comici, che pure restituiscono la vividezza delle immagini e la freschezza del linguaggio napoletano di certe “comari”, le quali  discettano del miglior modo di preparare il ragù, parlando in più varietà dello stesso idioma di origini partenopee, dal capoluogo a Torre Annunziata, con tanto di vocali strascicate e
gutturali. Esilarante il risultato, ottenuto dalle brillanti Rosalba Russo, Carla Mautone, Patrizia Palumbo, con Peppe Sannino, già re di Napoli e poi Giorgio Germont, padre di Alfredo, in un’improbabile versione della signora delle Camelie, ancora interpretata dalle due attrici e da Gino Rago.
E’ già l’epoca dei fasti del Salone Margherita e della Belle Epoque. Gli attori vestono i panni di amabili frequentatori del noto cafè chantant , fra nobili e spocchiosi perdigiorno ed affascinanti “sciantose”. Una su tutte la
splendida Lilì Kangy, una spumeggiante Patrizia Palumbo:Chi mme piglia pe' Frangesa, chi mme piglia pe' Spagnola, ma só' nata ô Conte 'e Mola, metto 'a coppa a chi vogl'i'...”, canta l’attrice ed il pubblico la segue nel suo botta e risposta con gli eccellenti “Maestri di Musica”, Pino Lipari, Bruno Pannone, Pino Segnato, Tonino Vignone, che accompagnano l’intera performance e “Bebé”- Renato Rossi, che, infine, alla Totò, “la vuole interrogare”.
Spazio, per chiudere,  all’intramontabile “Festival di Napoli”, la kermesse canora
 importante, nei tempi andati, anche più di Sanremo e alla commozione di “Indifferentemente” e di  “ ‘Na Bruna”, sempre interpretate dalla Palumbo e da Rossi.
Il pubblico, prima dell’arringa finale, alla riscoperta di Napoli e delle sue potenzialità inespresse, è invitato a celebrare la città, cantando la sua “Michelemmà”. Che sia dedicata all’isola d’Ischia o ad una splendida ragazza riccioluta, non è dato sapere. Per tutti i presenti è questa la più bella serenata all’amata Partenope, maledettamente splendida ed appassionata.
Evidente è  l’affiatamento degli  attori  in scena e la sapienza registica di Gino Rago, che si conferma presenza interessantissima, ed ogni volta sempre più felicemente produttiva,  nel panorama artistico del comprensorio partenopeo.