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a cura di MARIA RICCA, giornalista*

PARLIAMO DI...

24/06/17

LA RECENSIONE - "Ho imparato a gestire la pioggia d'estate", il racconto struggente e catartico della vita che si spegne e del dolore di resta


Elisabetta De Sio 
La presentazione nell'ambito del ciclo di incontri "Tra Le Mie Righe", promossi da "Il GRE" della giornalista Rosa Leone

di Maria Ricca

S. GIORGIO DEL S. (BN) - Lucido nella narrazione e struggente, per l'universalità e la verità dei contenuti, è il romanzo di Elisabetta De Sio, “Ho imparato a gestire la pioggia d’estate”, Europa Edizioni, presentato a S. Giorgio del Sannio, presso lo Spazio Culturale Il Bibliofilo – Libreria, dall'’Associazione ilGRE cultura&comunicazione di Benevento nel ciclo di incontri a tema dal titolo “Tra Le Mie Righe” (Teatro, Letteratura, Musica, Rime). Promotrice dell'evento e della rassegna, dopo il
successo del "CulturShow", realizzato fra Napoli e Salerno, è stata la giornalista Rosa Leone.  Alla serata hanno partecipato lo psicologo e psicoterapeuta Antonio Raia di Napoli, l'attore Biagio Gragnaniello, che ha interpretato passi del libro e delle sue poesie e chi scrive. 
Un racconto, "Ho imparato a gestire la pioggia d'estate",  che appare come lo svolgersi di un iter di “autopurificazione”, quasi catartico, non scelto, ma accettato e condiviso fino in fondo, una volta acquisita la consapevolezza che indietro non si può tornare.
Elisabetta, così, “in primis”, racconta l'abbraccio con la sofferenza della propria madre, malata di Alzheimer:  Avrei voluto – dice -  non avere un tessuto così poroso da assorbire la drammaticità degli eventi, ma ero una spugna.”

E’ una  sofferenza condivisa da parte dell’Autrice, in maniera così impressionante, che  il medico che ha in cura la signora, sottolinea, vedendola dimagrita quasi all’osso: «Potrei tranquillamente sostenere che siete speculari, l’una all’altra. Sua madre sta trasferendo dal corpo alla mente. Lei sta trasferendo dalla mente al corpo».

Fino ad allora mamma Rosetta era stata un punto di riferimento straordinario per Elisabetta, come solo certe mamme
sanno essere: “ Aveva poco più di sessant’anni – dice l’Autrice -  ed era l’unica persona a cui raccontavo i problemi; era l’unica persona con la quale condividevo dolori e lacrime; era l’unica persona con la quale spartivo gioie e momenti belli. Era l’unica persona con la quale potevo intavolare qualsiasi discussione. Tutto ciò non sarebbe stato più possibile.
Chi legge ha l’impressione di seguire lo svolgersi di un film, giacché nei minimi dettagli l’Autrice racconta il susseguirsi dei momenti drammatici della malattia della madre  e delle sue fasi, scandite dall’emozione ogni volta più dirompente.
Una via crucis, che l’Autrice descrive dal di dentro e che vive dal di dentro e che sente l’esigenza di schematizzare, di ricondurre ad un ordine evolutivo ben preciso, come indicano i titoli dei vari capitoli del libro.
Così, se nella prima parte si dà spazio all’ “INTRECCIO” dell’alterata quotidianità, scandita nei suoi punti essenziali, è poi la “FABULA” a prendere il sopravvento, con il racconto dei sette anni precedenti alla fine di Rosetta e le sensazioni veicolate dagli “OCCHI” dell’ammalata, che poi si rispecchiano in chi la circonda, attraverso i ricordi di una vita precedente che non c’è più.
Elisabetta, però, cerca caparbiamente, durante il percorso della malattia materna, di conservare le abitudini che furono di lei,  i piccoli appuntamenti del quotidiano e della settimana, non perché non consapevole del precipitare degli eventi, ma proprio perché impossibile per lei fare altrimenti.
Tant’è che, persino nei momenti prossimi alla fine, sceglierà  il letto del decubito materno, accostandogli una cassettiera di colore rosa, contro il parere del padre, per ritrovare, almeno idealmente, un luogo in cui possa essere custodito  l’amore, la vita, “il nostro universo – dice - : la mamma, appunto”.
E tutti i figli si ritrovano intorno a questo letto e alla mamma, con forza e consapevolezza, uniti, di nuovo nel grembo, di nuovo collegati fra loro e con lei, da un cordone impossibile da sciogliere.
La vita di relazione di Elisabetta è, naturalmente ridotta ai minimi termini, a parte quella lavorativa, che l’Autrice conserva attiva, al massimo grado della professionalità docente, seguita, va detto, da quella amorevole solidarietà dei colleghi che caratterizza il nostro contesto lavorativo qui al Sud, dove, tranne rare eccezioni, un po’ ci si sostiene l’un l’altro, affettuosamente, in queste circostanze.
Così, se gli amici veri solidarizzano e i parenti (non prossimi) fanno da rassegnata cornice, vi sono poi dei punti di riferimento insostituibili, quelli che in ogni famiglia resistono e danno forza.
Ciascuno di noi, ripensandoci, infatti, può individuare, nel proprio contesto familiare quella figura che è sempre presente, che sorregge e dà coraggio, impegnandosi concretamente nell’assistenza fisica e spirituale.
Qui è la zia Rita:  Ci aiutava incondizionatamente – ricorda l’Autrice -  perché gli affetti hanno una peculiarità sconcertante: possono essere assenti per anni, possono rientrare quando ce n’è bisogno.
Partecipava ai pasti, alle riunioni con i medici e all’igiene personale di mamma. Ci dava forza quando serviva, ci sgridava quando sapeva che andava fatto, stava zitta quando realizzava che alcune decisioni spettavano esclusivamente a noi.”
Poi, l’epilogo arriva, come previsto.
Ma non c’è spazio per  ricostituire faticosamente un equilibrio, come si dice, che è già tempo di pensare a Luigi, il papà di Elisabetta. E’ la stessa Rosetta, in sogno, quasi ad avvertire Elisabetta della necessità di prendersi cura attenta di lui.
Completamente annichilito dalla perdita della moglie, incapace di ritrovare i propri punti di riferimento, Luigi si descrive così: “«Per voi non è la stessa cosa. Siete giovani e vi
siete ripresi presto. Per me è diverso, sono anziano».
Inutile spiegargli – dice Elisabetta -  che anche noi stavamo male per la perdita.
E poi, di seguito, sono i più concitati i passaggi attraverso i quali l’Autrice descrive il lento percorso verso l’annullamento del sé da parte del padre.
E c’è un’ evidente rabbia per la piega presa dalle circostanze, per le reazioni di questo papà, con il quale Elisabetta riesce ancora a polemizzare, persino a litigare, pentendosene, poi, nell’immediato.
La discesa è avviata.
Quanto il percorso di Rosetta verso l’oblìo era stato lento, seppure inesorabile, tanto ripido, invece, è quello compiuto, quasi a precipizio, da Luigi, che ormai non riconosce più se stesso ed il valore della propria esistenza, senza la figura della moglie accanto.
E’ forse una società matriarcale ancora la nostra, in cui la madre resta il centro di tutto, così come la stessa Elisabetta è il centro delle cure, con zia Rita come utile supporto.
Gli uomini, pur essenziali, sembrano un po’ tutti “guidati” dalle donne, tenuti ai margini, utile sostegno, certo, ma solo “a latere”, come dire…Anche lo zio Salvatore che è chiamato a supporto dell’ammalato sembra restare solo sullo sfondo, laddove, invece Rita era stata essenziale.
Luigi, dunque, si avvia  verso una sorta di SPERSONALIZZAZIONE, una perdita del sé, sottolineata dall’uso del “tu”, da parte di chiunque venga in contatto con l’ammalato.
Passano appena 18 mesi ed anche il papà di Elisabetta, inevitabilmente, chiude gli occhi, fra mille sofferenze, che dall’anima si trasferiscono al corpo. Il cuore non regge più.
Splendida la chiusura del racconto.
Elisabetta  è ormai al cimitero ed ogni volta che vi si reca affida lui a lei, idealmente, com’era stato in vita e come sarà per l’eternità.
“ Avrei voluto due anziani a lunga durata. Li avrei voluti ancora un po’ con me.”
I genitori non ci sono più. Elisabetta è diventata dolorosamente adulta. “Ho capito che ho vissuto”, dice alla fine e, pur non avendo alcuna colpa, anzi, essendo stata vera vestale del dolore, si è finalmente perdonata.
Ha imparato ad incanalare l’energia, dunque, positiva o negativa che sia, in un percorso di rinascita consapevole dalle proprie ceneri  emotive, in cui ognuno può riconoscersi, data la valenza universale dei sentimenti raccontati. .
Semplicemente, Elisabetta… ha imparato a gestire la pioggia d’estate.