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10/05/26

CAPUA (CE) , fino al 10 maggio - Al FaziOpen Theatre, il viaggio onirico e suggestivo di Antonio Iavazzo, attraverso "Le dimore dell'anima"


di Maria Ricca

TEATRO - Dare un corpo alle proprie suggestioni culturali, catturandone l'essenza più vera per indurre in chi guarda riflessione e  riconoscimento del sé è una sfida complessa e affascinante. Che Antonio Iavazzo raccoglie e vince, conducendo per mano gli spettatori del FaziOpen Theater di Capua attraverso "Le dimore dell'anima", di cui è ideatore e regista, in scena fino a stasera, 10 maggio, ore 19, nella rassegna di prosa in programma nella sala "Andrea Vinciguerra". Interpreti, per  l'Associazione "Il Colibrì" di Sant'Arpino (CE), Stefania Aulicino, Daniele Cardone, Mario Di Fraia, Raffaele Di Raffaele, Licia Iovine, Gennaro Marino, Annamaria Renna, Chiara Russo, Eliodoro Vagliviello, Antonio Villano. Special guest la danzatrice Giada Tibaldi. Assistenti alla regia Elena Patrizia Scialla, Angelica De Maio e Simona Caruso. Audio e luci di Vincenzo Pece. Organizzazione generale di Gianni Arciprete.

E così il pubblico accetta di disporsi in cerchio, "perché il cerchio è la forma dell'amore" e di lasciarsi avvolgere dalle suggestioni evocate dallo spirito guida, che, novello Caronte, lo conduce in un percorso che tocca ogni riferimento letterario, teatrale e cinematografico dell'autore e che non può non tradursi poi in emozione profonda per chi recita e per chi guarda. Quindi l'avvio, con le parole del viaggiatore avido di sapere per eccellenza, l'Ulisse omerico, ma anche dantesco, nell'orizzonte di quella terra, che è approdo necessario ed ineludibile per tutti e per cui tutti hanno il diritto di combattere, non sapendo se ne usciranno vivi, come enigmaticamente ricorda la Sibilla: "Ibis redibis...". 

È un attimo, però, e il viaggio prosegue per archetipi, individuando in primis l'amore come punto di riferimento. E quale amore, però, se non quello che unisce Dracula a Mina, immortale e disperato attraverso i secoli, ma anche delicato come quello che solo il cinematografo, "l'ottava meraviglia del mondo", può raccontare, un po' surreale un po' naif, attraverso  la storia del vagabondo Charlot e della sua fioraia cieca, che alla fine apre gli occhi sul mondo. Proprio come l'angelo volontariamente caduto de "Il Cielo sopra Berlino", che sceglie di diventare umano, accogliendo gioie e sofferenze di questa condizione, impagabile balsamo rispetto alla neutralità della sua natura eterea, solo apparentemente privilegiata. 


Perché la vita è un viaggio, ma anche un combattere infinito, spesso contro i mulini a vento, in nome di una giustizia negata. È Cervantes ed il suo don Chisciotte, sognatore romantico, contro ogni ragionevole dubbio,  il riferimento culturale imprescindibile del quadro successivo, in compagnia e del suo pragmatico Sancho Panza e dell'incredula Dulcinea. Un anelito all'ideale che drammaticamente si scontra con la crudezza della realtà e si trasforma nella sofferenza profondamente umana del Cristo della Pietà michelangiolesca e della lirica di Quasimodo, figura dell' "Uomo del mio tempo",  ineluttabile richiamo alla verità delle divisioni, dei conflitti, delle sofferenze, pane quotidiano della vita, oltre ogni epoca e ragionevolezza. 

Ma non si puo rinunciare a sperare e non lo fa Ipazia, filosofa ed astronoma,  donna di scienza e martire della libertà di pensiero, che fino allo spasimo proclama l'indipendenza da ogni pregiudizio, pagando però con la vita il proprio slancio, in odore di stregoneria.  


Il  viaggio onirico a tappe fra le "Dimore dell'Anima" non può non condurre ad un approdo che è insieme intimo, personale, ma talmente condivisibile da divenire poi corale e dunque ad un racconto, spoglio da ogni sovrastruttura, in cui ciascuno fa riferimento alla scomparsa di una persona amata,  importante in maniera diversa per colui o colei che resta. In sottofondo non solo il rimpianto, il ricordo, ma anche la consapevolezza, la voglia di farcela, ripartendo da quelle suggestioni. 


Un valzer liberatorio, sull'onda emotiva delle impressioni cinematografiche che vanno da Fellini ad Ozpetek, chiude idealmente l'opera, con l'idea di un finale aperto, mai consolatorio, ma piuttosto consapevole e resiliente.