IL NUOVO GRANDE EVENTO DI ACCADEMIA DELLE OPERE APS
di Maria Ricca
(Ufficio stampa "Rino Gaetano band":
Miranda Shkurtaj)
Il 4 settembre, alle 20.30, il Teatro Romano di Benevento si prepara ad accogliere la Rino Gaetano Band, protagonista del nuovo appuntamento promosso dall’Accademia delle Opere APS, presieduta da Francesco Tuzio, (ufficio stampa Lella Preziosi), nel segno dei grandi autori della musica italiana.
A oltre quarant’anni dalla sua scomparsa, l’universo artistico di Rino Gaetano conserva intatta la sua forza: canzoni capaci di divertire, emozionare e raccontare con ironia e lucidità contraddizioni che parlano ancora al nostro presente. A custodirne e portarne avanti l’eredità artistica è anche Alessandro Gaetano, nipote del cantautore, che con la Rino Gaetano Band ne ripropone dal vivo i grandi successi, insieme a brani meno conosciuti e pubblicati postumi.
In attesa del concerto beneventano, lo abbiamo incontrato, per parlare di Rino, della sua musica e di un’eredità artistica che continua a sorprendere generazioni diverse.
-Alessandro, sono trascorsi più di quarantacinque anni dalla scomparsa di Rino Gaetano, eppure le sue canzoni sembrano non invecchiare. Secondo te, sono i giovani a riscoprire Rino o è Rino che, con i suoi testi, continua in qualche modo a raccontare anche i giovani di oggi?
Secondo me sono vere entrambe le cose. I giovani riscoprono Rino, ma quando lo ascoltano si accorgono che, in qualche modo, Rino aveva già raccontato qualcosa che appartiene anche a loro. Anche perchè ha creato moltissimi brani tra i 16 e i 30 anni, il suo punto di vista e la sua voce arrivano molto ai coetanei di oggi. Poi scriveva canzoni senza mettersi in cattedra, usando l'ironia, la provocazione, il gioco delle parole. Inoltre non cercava di piacere a tutti. Aveva una sua libertà, anche artistica, molto forte.
- Ironia, paradosso e apparente leggerezza erano appunto gli strumenti con cui Rino raccontava un’Italia fatta di contraddizioni, disuguaglianze e conformismi. Se potesse osservare l’Italia del 2026, quali temi finirebbero immediatamente dentro una sua canzone?
"Credo che avrebbe parecchio materiale!
Rino aveva la capacità di osservare la realtà e trovare immediatamente le contraddizioni. Oggi si troverebbe davanti un mondo ancora altrettanto complesso: la politica, il rapporto con il potere, le disuguaglianze sociali ed economiche, la precarietà dei giovani, il lavoro, la solitudine, ma anche il modo in cui viviamo attraverso i social e l'immagine che continuamente costruiamo di noi stessi.
Ma non saprei dire esattamente cosa scriverebbe. E forse è proprio questo il bello: non bisogna provare a scrivere una canzone al posto di Rino. Possiamo soltanto immaginare cosa avrebbe osservato."
- Sei un musicista e da anni sali sul palco con la Rino Gaetano Band. Come si trova l'equilibrio tra il dovere affettivo di custodire un'eredità così importante e il bisogno di esprimere una propria identità artistica?
"È una domanda che mi sono posto tante volte. C’è un legame affettivo profondo prima ancora che artistico. Non ho mai imitato mio zio.
Il nostro compito con mia madre Anna e la Rino Gaetano Band è custodire le sue canzoni, farle arrivare al pubblico e rispettarne lo spirito, non provare ad interpretarle.
Suonare le sue canzoni oggi significa anche permettere a quelle canzoni di continuare a vivere, di incontrare persone nuove e di assumere significati nuovi. Nonostante questo, continuo a coltivare anche un percorso personale tra fotografia e progetti di sound design."
- La Rino Gaetano Band non propone soltanto i brani che tutti conoscono, ma recupera anche canzoni meno note e materiali pubblicati postumi. C'è un “altro Rino”, meno conosciuto dal grande pubblico, che vorresti emergesse maggiormente? E quale sua canzone consiglieresti di ascoltare a chi pensa di conoscerlo soltanto attraverso i grandi successi?
"Assolutamente sì. Rino è molto più grande dei brani che sono diventati il suo manifesto.
Ci sono canzoni che devono ancora essere scoperte e che appartengono al futuro, ma che raccontano benissimo la sua capacità di scrivere, di sperimentare e anche di cambiare registro.
Se dovessi consigliare un ascolto a chi pensa di conoscere già Rino, direi di andare a cercare “Sfiorivano le viole”, “Fabbricando case”, “Supponiamo un amore”, “I tuoi occhi sono pieni di sale”… Brani che permettono di entrare in una dimensione diversa del suo mondo e di capire quanto fosse raffinato il suo modo di scrivere.
E poi inviterei ad ascoltare gli album nella loro interezza, non soltanto le singole canzoni. È lì che si scopre davvero quanto fosse articolato l'universo di Rino."
- Dopo tanti anni trascorsi a raccontare Rino agli altri, c'è qualcosa che ha scoperto di lui solo recentemente e che ha cambiato anche il suo modo di guardarlo come uomo, prima ancora che come artista?
"Più che una scoperta precisa, nel tempo ho imparato a guardarlo sempre meno soltanto come “Rino Gaetano” e sempre più come zio Rino, una persona che aveva una vita, delle fragilità, delle passioni e delle contraddizioni.
Quando sei bambino, una persona può sembrarti semplicemente quella che la famiglia ti racconta. Crescendo, invece, inizi a mettere insieme i ricordi, le testimonianze degli altri, le fotografie, le registrazioni e tutto quello che rimane.
E scopri che dietro l'artista che conoscono tutti c'era un ragazzo molto curioso, sensibile, ironico, con una grande voglia di vivere e di confrontarsi con il mondo.
Forse la cosa che cambia nel tempo è proprio questa: Rino diventa sempre meno un personaggio e sempre più una persona."
- Negli anni Rino Gaetano è stato spesso definito surreale, irriverente, persino “cantante del nonsense”, un'etichetta che tu stesso hai contestato. Qual è, secondo te, l'equivoco più grande che ancora oggi accompagna la sua figura e la sua musica?
"Ce ne sono diversi, tra questi anche l'idea che Rino fosse semplicemente un cantante “surreale” o del nonsense.
Rino utilizzava l'assurdo, il paradosso e l’ironia come strumenti per veicolare l’attenzione su temi urgenti. Il nonsense, quando c'è, è uno strumento. Non è il fine.
Rino poteva mettere insieme immagini apparentemente impossibili, giocare con le parole, ma lo faceva per spiazzare l'ascoltatore e costringerlo a pensare. Era un modo per parlare della realtà senza raccontarla in maniera didascalica."
- Il 4 settembre porterete le canzoni di Rino in un luogo carico di storia come il Teatro Romano di Benevento. Che spettacolo deve aspettarsi il pubblico e, soprattutto, con quale emozione o con quale pensiero vorresti che uscisse dal teatro alla fine del concerto?
"Portare Rino in un luogo come il Teatro Romano di Benevento ha per noi un significato particolare. È uno spazio con una storia enorme e ci piace pensare che, per una sera, dialogherà con la storia di un artista che continua a essere presente attraverso le sue canzoni.
Il pubblico troverà naturalmente i brani più conosciuti, quelli che tutti aspettano e cantano insieme a noi, ma anche un percorso attraverso il repertorio di Rino che permette di scoprire aspetti meno conosciuti della sua musica.
Non vorrei però che fosse semplicemente un concerto “nostalgico”. Rino non appartiene soltanto al passato. Proprio come la nostra storia.
Mi piacerebbe che alla fine del concerto qualcuno uscisse dal Teatro Romano con la voglia di riascoltare una sua canzone, magari una che non conosceva, e soprattutto con una domanda in testa.
Perché alcune canzoni, come un antico teatro con le sue storie e il suo fascino, possono far sorridere, arrabbiare, emozionare e soprattutto far riflettere."
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