TEATRO - I "Racconti per Ricominciare" a Benevento hanno il volto dell'opera "Marginali esistenze", scritta da Amerigo Ciervo in programma nei giorni 3-4-5-6-7 giugno, al Mulino Pacifico.
Il Festival di teatro al tramonto nei luoghi storici della Campania di Vesuvioteatro presenta in città l'omonimo allestimento a cura di Viviana Altieri, con Michelangelo Fetto, Antonio Intorcia, Nicola Nicchi, produzione Solot.
Ricostruendo le vicende di un ceppo familiare, dal XVII secolo alla prima metà del XX, e cogliendo la marginalità di persone e di luoghi, l’Autore definisce l’esigenza morale di restituire alla storia i nomi di uomini e di donne comuni e delle loro vicende, oscurate e rimosse dalla Grande Storia, ma fondamentali per comprendere quanto le nostre esistenze siano collegate le une alle altre e come si influenzino a vicenda.
Ne parliamo con Amerigo Ciervo, musicista, scrittore e docente, autore appunto del libro da cui è tratta la pièce, per i tipi delle edizioni Guida.
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Nel testo sembra emergere con forza il tema della memoria come forma
di resistenza all’oblio: da dove nasce l’esigenza personale e
artistica di dare voce a queste “Marginali esistenze”?
La memoria per me è vita. Ho sempre lavorato con questo concetto, con la rivalutazione del passato, sin dall'inizio con "iMusicalia". Adesso quello che è stato rivive anche nella mia scrittura. La scelta di dar voce alle "Marginali esistenze" anche in scena nasce da un'idea di Michelangelo Fetto ed Antonio Intorcia della Solot, che hanno subito amato il libro e poi immaginato di darne una lettura teatrale. E ho molto apprezzato che la scelta di curare l'allestimento sia stata da loro affidata alla sensibilità femminile dell'attrice e regista Viviana Altieri, perché nella mia narrazione un ruolo fondamentale è rivestito appunto dalle donne.
- La ricostruzione attraversa decenni di storia familiare e collettiva: quanto c’è di documentazione storica reale e quanto invece di invenzione teatrale nella scrittura?
Molta è la documentazione storica e reale dalla quale ho attinto, andando a ricercare elementi negli archivi comunali e parrocchiali. L'idea fondante è che noi non siamo certo il frutto solo di noi stessi, ma anche di mondi precedenti a noi, che non abbiamo potuto conoscere per ragioni anagrafiche, ma a cui dobbiamo certamente qualcosa. E poi, sicuramente, conservando lo sfondo storico, ho anche lavorato sui personaggi, magari inventando, costruendo personalità, sempre però secondo un filo logico e seguendone l'evoluzione anche socio-culturale, come in un romanzo storico, appunto. Mi sono fermato agli anni Cinquanta.
- Nelle vicende i luoghi marginali sembrano avere la stessa importanza dei personaggi: che ruolo ha il territorio nella costruzione dell’identità e della memoria?
Certamente anche i luoghi hanno la loro importanza, non solo il mio paese, Moiano che però, volutamente, non nomino mai, ma anche Montesarchio, Airola e quella nostra Valle Caudina che ha sempre avuto un rapporto forte con la vicina Napoli (senza dimenticare Caserta) con cui, più che con Benevento, condividiamo molto quanto a mentalità.
- Teatro e letteratura non sono, dunque, luoghi di consolazione, ma di “resistenza militante”: quindi oggi il Teatro ha ancora una funzione civile e politica forte?
La funzione del Teatro è fondamentale, specie in questo periodo storico in cui la televisione, sia pubblica che privata, e per certi versi anche un cinema che fatica a premiare chi esprime sinceramente le proprie posizioni e le proprie idee, sono praticamente in mano al potere. Il Teatro resta il luogo nel quale si può ancora commentare, dibattere, confrontarsi e dove, proprio a livello corporale, avverti proprio il respiro delle persone. Un po' come accadeva nel mondo greco. E Benevento è luogo privilegiato in questo ed infatti è proprio al Mulino Pacifico che quest'anno abbiamo voluto celebrare il 25 aprile, giorno di memoria e liberazione, con la presentazione in tema di "YDLAM" dei TEKCIERVO, in collaborazione con l'ANPI.
- Dopo questo viaggio tra vite dimenticate e frammenti di umanità, quale riflessione o emozione desideri lasciare nello spettatore all'uscita del teatro?
Vorrei lasciare l'idea che non è possibile restare appiattiti sul presente, come accade oggi, e che non siamo "figli di noi stessi", ma che abbiamo un profondo debito verso che ci ha preceduto. La memoria è vita, come dicevo, e chi non ha memoria è morto. Questo, però, non vuol dire assolversi ed assolvere figure e prese di posizione discutibili, come spesso accade in questo Paese, dove abbiamo un cattivo rapporto con la memoria, ma piuttosto acquisire reale consapevolezza di ciò che è stato. E in questo senso il mio può dirsi un libro politico.
