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21/06/26

CAMPANIA TEATRO FESTIVAL - Antonio Iavazzo e l' "Atto senza parole" di Beckett: rilettura efficace, tra grottesco ed ironia


di Maria Ricca

TEATRO – Un'esistenza vissuta come una continua ricerca di equilibrio, sospesa tra tentativi, cadute ed inevitabili ritorni al punto di partenza. È questa una delle suggestioni che emergono dall'originale rilettura di "Atto senza parole" di Samuel Beckett, realizzata dall'autore e regista Antonio Iavazzo. L'opera è stata scelta ed inserita nel cartellone del Campania Teatro Festival, direzione Ruggero Cappuccio, che domenica 21 ha fatto tappa al Palazzo Fazio di Capua. Folto ed interessato il pubblico di spettatori, fra cui l'assessore comunale alla Cultura Vincenzo Corcione e diversi rappresentanti della stampa regionale.   


Lo spettacolo ha scelto una via ancora più essenziale rispetto alla già scarna drammaturgia beckettiana. In scena, Gianni Arciprete e Gennaro Marino hanno dato vita a due figure isolate, quasi cellule autonome dell'esistenza, impegnate ciascuna in una personale lotta contro le difficoltà del vivere. Niente dialoghi: solo il corpo, il gesto e il movimento, deputati a raccontare il disagio, la fatica e il desiderio di trovare un senso all'interno di una realtà spesso sfuggente.

I due personaggi sembravano emergere da una sorta di involucro primordiale, una "placenta", simbolo di protezione e origine della vita. Da quel rifugio sono stati costretti ad uscire per confrontarsi con il mondo esterno, rappresentato scenicamente da pochi elementi essenziali, tra cui il consueto albero solitario, immagine ricorrente dell'universo beckettiano e metafora di una realtà nuda, spoglia di certezze.

Il lavoro degli interpreti si è distinto per una recitazione costruita "per sottrazione". Arciprete e Marino hanno delineato così due differenti atteggiamenti nei confronti dell'esistenza. Da una parte chi fatica ad adattarsi alla realtà, simboleggiata dall'impossibilità di trattenere su di sé gli abiti che continuamente scivolano via; dall'altra chi tenta di controllare il caos attraverso una ricerca quasi ossessiva della precisione, affidandosi a rituali e gesti minuziosamente regolati.

Si tratta di due archetipi umani, due strategie opposte, ma ugualmente fragili per affrontare il percorso della vita. Entrambi cercano un punto fermo a cui aggrapparsi: per uno è il rosario, per l'altro l'orologio da tasca. Oggetti diversi che assolvono alla stessa funzione, quella di offrire un orientamento in un cammino spesso incerto e privo di risposte definitive.

Il regista ed autore Iavazzo ha dunque posto l'accento su una delle caratteristiche più affascinanti della poetica di Beckett, ribadendo, peraltro, che le sue opere non si prestano ad una sola interpretazione. Possono essere lette come una riflessione profondamente amara sulla condizione umana, ma anche come una rappresentazione ironica e talvolta clownesca dell'assurdità dell'esistenza. Il tragico e il comico convivono continuamente, dando vita ad un universo grottesco in cui l'uomo procede a tentoni, senza mai raggiungere verità assolute. La vita appare allora come un enigma insolubile, affrontato con ostinazione, ironia e una punta di disarmata tenerezza.

La colonna sonora ha contribuito efficacemente a questa visione. Il ritmico cadere di una goccia scandiva in scena il tempo delle azioni quotidiane, suggerendo la ripetitività dell'esperienza umana, mentre improvvise aperture musicali hanno accompagnato i momenti conclusivi del percorso dei protagonisti. Un percorso che ha condotto entrambi verso il medesimo destino: il ritorno al luogo d'origine, quel "guscio" iniziale che da simbolo di nascita si è poi trasformato inevitabilmente in sepolcro.

In chiusura il consueto confronto fra artisti e spettatori, che ha consentito di cogliere soprattutto gli aspetti più dolorosi e disillusi della riflessione beckettiana ed il sorriso malinconico dell'autore, rivolto alla condizione umana.