Per raccontarla viene utilizzato un punto di vista estremo, tipico di un periodo storico in cui la diversità è stata oggetto di ghettizzazione, deportazione e sterminio. Nei campi di concentramento nazisti la stella di Davide (due triangoli gialli sovrapposti) è stata il simbolo e lo stigma, per eccellenza, della diversità, intesa come inferiorità. Ogni sua colore rappresentava una determinata categoria di persone: giallo per gli ebrei, marrone per gli zingari, rosa per gli omosessuali, blu per gli emigrati, nero per gli asociali (tra cui vagabondi, etilisti, malati di mente, prostitute, lesbiche, ecc), rosso per i prigionieri politici, verde per i criminali, viola per i testimoni di Geova e ancor prima l'operazione T4 che prevedeva la soppressione dei soggetti adulti e bambini con disabilità e disordini psichici perché ritenuti non produttivi per il paese. Allo stesso modo anche qui si declinerà la diversità attraverso una serie di monologhi che si susseguiranno offrendo ogni volta un punto di vista differente e portando alla luce storie spesso dimenticate dello sterminio. Un' opera che ha un intento divulgativo rispetto ad un passato che fatica a passare e che vuole recuperare storie ormai dimenticate ma ancora capaci di generare una riflessione su quanto è accaduto e quanto accade. Cercando, in ultima analisi, una connessioni con il razzismo presente e svelare l’umano nei suoi aspetti più comuni e sostanziali come la paura, la rabbia, l’amore, il coraggio, le speranze, i desideri, la famiglia, l'amicizia, i legami. I legami affettivi che vengono narrati nell’opera fanno da ponte tra passato e presente conducendoci in un “non-tempo”. Quel tempo scandito dall’eterno conflitto “amore-odio” e che da secoli, per quanto il contesto possa cambiare, resta il motore primario del mondo.
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