di Maria Ricca
Vive lontano, nell'operoso Nord, dove a Milano, come noto ai più, riveste il ruolo di dirigente, esperto musicale, National Manager radiofonico per Radio 101 e Channel Manager per Radio Kiss Kiss, dopo un lungo periodo trascorso in America.
Benevento l'ha lasciata da ragazzo, fisicamente, ma il suo cuore è rimasto qui e "pulsa". Sull'onda dell'amarcord Lello Orso, che quest'anno, a Città Spettacolo, ha ricevuto anche un premio alla carriera dal musicista Enrico Salzano, ripropone alla Libreria Masone-Alisei, mercoledì 28 ottobre, alle 19, il suo secondo libro "Le lettere non fanno rumore", nato dopo "Il Taccuino Rosso-the unexpected love". Dialogano con lui Nazzareno Orlando, giornalista e presidente del Conservatorio "Nicola Sala", e Tullia Bartolini, scrittrice.
Irresistibile, dato il curriculum dell'Autore e le sue indiscusse qualità umane e professionali, il desiderio di saperne di più.
"Le lettere non fanno rumore": titolo davvero suggestivo. Le lettere sono silenziose, eppure riescono a raccontare tante cose, a volte più delle parole pronunciate ad alta voce. Come hai scelto questo titolo?
"Innanzitutto grazie per l'ospitalità, e un saluto ai tuoi lettori. Il titolo è arrivato quasi da solo. Le lettere sono qualcosa che non troviamo più nel quotidiano, e le nuove generazioni forse non le hanno mai viste dal vero. Il mondo dei messaggi, delle chat, della TV urlata genera un "rumore di fondo" che alla lunga stanca. Le lettere ti riportano in una dimensione più personale, non fanno rumore; e se poi risalgono a qualche decennio fa, diventano vere e proprie macchine del tempo. Ritrovi parole, modi di dire, pensieri che avevi dimenticato, e riscoprirli mette di buon umore."
Tutto è cominciato ritrovando delle lettere che avevi conservato per oltre quarant'anni. Immagino che rileggerle sia stato un po' come fare un viaggio nel tempo. Che effetto ti ha fatto ritrovare il ragazzo che eri? Ti sei riconosciuto oppure hai scoperto un te stesso che avevi quasi dimenticato?
"Appena aperta la cassetta dei vini in cui avevo riposto le lettere, la prima sensazione fu di sorpresa: non credevo di averne conservate così tante. Ne aprii alcune e non riuscivo più a smettere di leggere. Fu un tuffo nel passato, in una dimensione ormai lontana. Di colpo rividi scorrere nella mente quelle persone, quelle immagini, e poi le voci, le musiche, i modi di dire, come se fossero improvvisamente rifioriti dal nulla. Sì, mi sono ritrovato, e tutto questo mi è piaciuto moltissimo."
Nel libro c'è tanta musica, al punto che le lettere diventano quasi i brani di una playlist. È stato difficile scegliere le canzoni giuste e quali sono stati i criteri di selezione?
"Dopo quella scoperta, il mio pensiero ricorrente era come trasmettere a più persone quel senso di leggerezza che provavo nel rivivere quel periodo attraverso quelle frasi e quei racconti. L'idea del libro fu immediata, ma non sapevo come dare un contesto al materiale ritrovato. Scrivere un libro di lettere d'amore? Interessante, sì, ma lontanissimo dalla leggerezza che volevo comunicare. Dopo un po' di riflessione decisi di usare le lettere come fossero canzoni, quasi stessi preparando un programma radiofonico. La lettera diventa così la composizione letteraria che fa da ponte al racconto. Quanto alle canzoni, sceglierle è stato semplice: erano i suoni di quegli anni, dai Simple Minds a Prince, fino a Bruce Springsteen."
Attraverso le pagine del libro ci porti da Benevento a San Salvo Marina, fino a Oxford, tra incontri, avventure e situazioni divertenti. Se potessi tornare per un solo giorno in uno di quei luoghi, in quel preciso periodo della tua vita, quale sceglieresti e perché?
"Difficile rispondere. Però mi piacerebbe rivivere una serata trascorsa a una festa su una terrazza a Vasto. Fu una notte memorabile, e quante risate! Pensa che gli organizzatori fecero stampare perfino delle magliette con la scritta "Quelli della Terrazza": eravamo negli anni Ottanta, e le t-shirt personalizzate non si vedevano spesso. Nel libro c'è un intero capitolo dedicato a quella festa."

Al centro
Lello Orso riceve il Premio alla Carriera
Un tempo si aspettavano le lettere, si rileggevano, si conservavano gelosamente. Oggi ci mandiamo messaggi che spesso dimentichiamo dopo pochi minuti. Secondo te, con tutta questa velocità, abbiamo perso qualcosa nel modo di comunicare i nostri sentimenti?
"La tecnologia ha impresso un'accelerazione al nostro modo di vivere. Lo si nota soprattutto nelle grandi città, mentre la provincia riesce ancora a sottrarsi all'inutile frenesia delle metropoli. Per tornare alla nostra Benevento, io la definisco "la città dei cinque minuti": in cinque minuti fai tutto, vai in centro, arrivi al supermercato, sbrighi le tue commissioni. Altrove tutto è più complesso e c'è meno tempo per ogni cosa. Credo che con la tecnologia si sia perso il "salotto delle chiacchiere", intelligenti o banali, ognuno lo definisca come vuole. Fateci caso: non c'è più la convivialità di un tempo, almeno nei grandi centri. Da quanti anni non scriviamo una lettera? Forse le nuove generazioni non ne hanno mai scritta nemmeno una. Provateci: dopo averla scritta, potrebbe arrivare una bella sensazione."
Hai vissuto in tanti posti, conosciuto persone e realtà molto diverse, ma Benevento continua ad avere un posto speciale nella tua vita. Che cosa ti manca di più della città in cui sei cresciuto? E c'è qualcosa che, tornando, vorresti trovare finalmente cambiato?
"Dico sempre che sono quello che sono perché vengo da Benevento. Poi, con il tempo, si cambia: ti lasci influenzare dalla città in cui vivi, dalla lingua che parli, dagli incontri che fai in giro per il mondo. Un paio di anni fa, dopo circa trent'anni, sono rimasto a Benevento per quasi un mese (in quel periodo vivevo tra Parigi e Milano), e in quelle settimane ho riscoperto qualcosa che avevo perso di vista: la vicinanza e l'affetto delle persone. Lontano dalla mia terra non l'ho mai trovato. Vorrei una città più curata, meno arrendevole, più dinamica nelle iniziative, ma per ora non riesco a vedere nulla di tutto questo, anche se ogni tanto arriva qualche segnale. E di talenti, qui, ce ne sono."
Con il passare degli anni cambiano i sogni, le priorità e anche il nostro modo di vedere il successo. Oggi, guardando al percorso che hai fatto, qual è la conquista di cui vai più fiero, al di là del lavoro?
"Direi la fortuna di aver girato mezzo mondo. Ti racconto un episodio che fotografa un po' il mio vissuto. Ero in trattativa con un broadcaster nordamericano per un incarico presso una delle loro reti radiofoniche. Per un motivo o per l'altro non riuscivamo mai a incontrarci; io vivevo a Milano. Avremmo dovuto vederci a Londra, ma poi non fu possibile, e io non volevo firmare un contratto senza aver conosciuto la proprietà. Durante una vacanza alle Bahamas sentii uno degli editori e fissammo un appuntamento a Nassau. E così fu: ci incontrammo nella capitale delle Bahamas e lì firmai l'accordo con il gruppo editoriale. Poi andammo a cena all'Ocean Club di Nassau, uno dei posti più belli in cui io sia mai stato. Una meraviglia, Maria. Ma più dei posti, porto con me le persone conosciute lungo la strada. Ogni viaggio mi ha lasciato un incontro, un'amicizia, un modo diverso di guardare le cose."
-Torniamo a quella cassetta di legno che ha custodito per tanti anni le tue lettere. Se oggi dovessi aggiungerne un'altra, a chi la scriveresti? E cosa vorresti dirgli?
"La scriverei alle generazioni future. Il titolo sarebbe: "Combattete la globalizzazione dell'indifferenza".

