di Maria Ricca
Una serata decisamente fresca, ma riscaldata da una raffica di battute, musica, spettacolo e, soprattutto, dalla presenza ancora vivissima di Massimo Troisi. Il Premio a lui intitolato ha regalato al pubblico un appuntamento brillante, nel quale il ricordo dell'indimenticato artista sangiorgese ha dialogato con la comicità contemporanea e con le nuove generazioni.
A giocare immediatamente proprio sulle temperature poco clementi sono stati Peppe Iodice, presidente di giuria, e Francesco Mastandrea, conduttore della serata. Il freddo diventa così il primo pretesto per un botta e risposta che proseguirà a più riprese nel corso dello spettacolo. Gag a raffica, improvvisazioni e tempi comici ben calibrati scandiscono gli interventi dei due, con uno Iodice irresistibile nel trasformare ogni occasione in materia comica.
Ad aprire lo spettacolo Federica Raimo, accompagnata da un corpo di ballo eccellente ed introdotta da giocolieri di fuoco. Sulle note di "I Want Your Love" ha preso vita una performance spumeggiante, preludio a un trascinante mix musicale costruito su brani tutti fortemente ritmati. Da Loredana Bertè a Gianna Nannini, da Madonna a Raffaella Carrà, fino alle atmosfere disco di Gloria Gaynor: una sequenza energica che ha impresso subito alla serata un ritmo accattivante.
Ma il cuore del Premio è rimasto inevitabilmente Massimo Troisi.
Il saluto alla sorella Rosaria Troisi da parte dei conduttori è stato accompagnato dall'applauso del pubblico. Le sue parole hanno restituito soprattutto la dimensione affettiva di un legame che il trascorrere degli anni non sembra avere indebolito. Ha ricordato quanto sia importante continuare ad “abbracciarci” nel nome di Massimo e ha raccontato la propria partecipazione quasi come un atto di ubbidienza nei confronti del fratello e di quel suo invito a non dimenticarlo.
Un invito al quale la sua città continua idealmente a rispondere: "Di lasciarti andare, Massimo - ha detto la Troisi - non se ne parla proprio."
È stata successivamente Aurora Leone ad offrire una delle riflessioni più interessanti sull'eredità lasciata da Troisi alle generazioni successive. Massimo, ha raccontato, fa parte della sua stessa vita: le sue frasi e le sue citazioni continuano a riaffiorare nelle conversazioni e nell'esperienza quotidiana.
Ma c'è soprattutto un aspetto della sua arte che può diventare indicazione preziosa per chi comincia oggi: Troisi riusciva a partire dal piccolo cantuccio dell'esperienza personale per raggiungere qualcosa di universale.
Per i giovani artisti il suo esempio può rappresentare allora uno “start”: seguire ciò che realmente piace, raccontare ciò che si conosce, partire dal personale per riuscire a parlare a tutti. Non imitare Troisi – operazione probabilmente impossibile – ma comprendere la libertà e l'autenticità che stavano alla base della sua comicità.
Nel corso della serata ha trovato spazio anche un omaggio a Fiorenza Marchegiani, mentre Pino Imperatore, responsabile della sezione dedicata ai premi per la scrittura comica del Premio Troisi, ha introdotto il momento riservato alla narrativa.
Sul palco a premiare gli artisti con la statuetta in argento creata dall'artista Lello Esposito anche l'onorevole Francesco Borrelli, paladino della legalità, molto applaudito dal pubblico.
Infine l'intervento di Fabio Rovazzi, che ha animato la platea, fra sonorità pop e piglio da dee-jay.
Il Premio ha confermato poi una delle sue vocazioni più significative: offrire un palcoscenico a chi sta costruendo oggi il proprio percorso nella comicità. Si sono alternati così, ciascuno con il proprio differente stile, Bruno Chessa, Ciro Raimo, Antonio Rosa e Daniele e Francesco. Questi ultimi, alla fine, grazie alla satira sulle soap turche che hanno invaso i palinsesti TV con molto successo, si sono aggiudicati il Premio Miglior Attore Comico, attribuito dalla giuria di Peppe Iodice.
Dunque Massimo Troisi, a più di trent'anni dalla scomparsa, continua curiosamente a sottrarsi alla dimensione del monumento. Resta nelle espressioni entrate nel linguaggio comune, nelle battute che attraversano le generazioni, nel modo tutto suo di osservare le piccole fragilità dell'esistenza.
E forse proprio qui risiede la parte più autentica della sua eredità: aver dimostrato che, qualche volta, per riuscire a parlare a tutti basta avere il coraggio di partire da sé.
