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a cura di MARIA RICCA, giornalista*

PARLIAMO DI...

16/11/19

PREMIO NAPOLI - I finalisti Maria Pace Ottieri, Giulio Cavalli e Andrea Pomella incontrano il pubblico di lettori e giudici all'Arcimovie

di Maria Ricca

LIBRI - Ancora una serata speciale per l’Associazione Arcimovie del quartiere Ponticelli, estrema periferia nord-est di Napoli, presidio di legalità da trent’anni ormai, con le sue iniziative di carattere socio-culturale. 
La sede  di  via Purgatorio ha ospitato , infatti, i finalisti del Premio Napoli, edizione 2019,  Giulio Cavalli,  attore, drammaturgo, scrittore, regista teatrale e politico, Maria Pace Ottieri,  scrittrice e giornalista, e Andrea Pomella,  scrittore, interpreti letterari dei loro percorsi di “viaggio” reali e metaforici,  così diversi fra loro e così ugualmente avvincenti, attraverso realtà che finiscono per divenire profondamente emblematiche.
In apertura vi è stato  l’intervento del l’assessore alla VI  Municipalità Ippolito Braccini, che ha ringraziato l’Arcimovie per il proprio impegno al servizio del territorio, “in un periodo – ha detto - in cui i limiti delle istituzioni sono evidenti e molto si fa proprio grazie all’associazionismo”.
“Non un salotto élitario, dunque, quello della struttura, ma piuttosto un luogo di condivisione”, come ha tenuto ha ricordare il presidente della Fondazione Premio Napoli Domenico Ciruzzi, “creato in funzione del pubblico, nel segno di quella crescita culturale indispensabile, che si realizza solo attraverso l’interazione fra centro e periferia.”
L’appuntamento di Ponticelli, infatti, è stato l’ultimo dei momenti di incontro a cui il trio dei finalisti ha partecipato sul territorio partenopeo, dopo essersi confrontati in dibattito con studenti e docenti al Liceo “Imbriani”,  e detenuti , presso la Casa Circondariale di  Secondigliano.
“Domande diverse, prospettive diverse, persone diverse ogni volta”, ha sottolineato  il vicepresidente della Fondazione “Premio Napoli”,  Alfredo Contieri.  Un unico filo conduttore: la varia umanità. Quella che è altresì al centro della “proposta culturale dell’Arcimovie, che insiste su una periferia sempre difficile, in cui si cerca di fare cultura attraverso il cinema ed il sociale. E per questo non è scontato che il Premio Napoli sia approdato anche in questa periferia, a testimonianza della voglia di offrire sempre nuovi ed interessanti spunti ad un territorio problematico, dove però c’è davvero tanta voglia di fare.“, ha concluso il presidente di Arcimovie Roberto D’Avascio.
 In sala appassionati, studiosi e giudici popolari del Premio Napoli, che hanno letto e commentato i libri, prima di intervenire all’incontro.
Ad introdurre e coordinare il dibattito la professoressa Imma Colonna, presidente del Consiglio Direttivo di Arci Movie: “Una cifra antropologica – ha sottolineato – quella del libro della Ottieri, autrice de “Il Vesuvio Universale”, edizioni Einaudi, che ha compiuto nel volume il suo  Grand Tour, quasi alla maniera ottocentesca, un viaggio esplorativo nell’universo dei  700 mila abitanti, che è il territorio vesuviano,  attraversando le tradizioni delle dimore principesche, il fascino dei casolari di campagna e l’orrore delle strutture di cemento che popolano l’hinterland napoletano e parlando con mille persone, allo stesso tempo orgogliose della propria storia e fataliste, rispetto al proprio destino.”
“Che il Vesuvio possa da un momento all’altro risvegliarsi, non è improbabile, lo sappiamo tutti – ha ricordato  la Ottieri, viaggiatrice di lungo corso, che ha raccontato la cintura partenopea  con passione e trasporto, colmando probabilmente un vuoto letterario in merito e restituendo così anche un ‘identità ai vesuviani, che molto hanno di particolare e di caratteristico rispetto agli abitanti del capoluogo.
Un libro che racconta una realtà a vocazione agricola e marinara, per la quale  il Vesuvio è  un pericolo lontano, oppressa com’è dall’urgenza della criminalità, della mancanza di lavoro, del disastro ambientale. E in senso metaforico,  viviamo tutti, così, davvero, “in bilico sul cratere”,  più o meno consapevolmente.
Quindi l’intervento di Giulio Cavalli, finalista con il suo libro “distopico” “Carnaio”, edizioni  Fandango, già autore di testi di denuncia, che lo hanno costretto a viaggiare scortato per parecchio tempo, assesta un vero “pugno allo stomaco” con la sua scrittura potente e suggestiva al pubblico dei lettori. Un libro politico, di denuncia, che parte dalla realtà dei migranti morti in mare, per denunciare in termini surreali e grotteschi (l’invasione di ondate di cadaveri in un paesino di mare del Sud, che poi vengono usati oltre ogni umanità, come materiale combustibile, cibo e pelle da concia) la pericolosa china sulla quale si rischia di scivolare, anzi di precipitare sempre più. Una riflessione complessa sul “cannibalismo” a cui siamo giunti, rompendo ogni argine di empatia verso l’altro.
Infine , il viaggio complicato attraverso il dramma psicologico della depressione compiuto da Andrea Pomella, ne “L’uomo che trema”, edizioni Einaudi, in cui l’autore racconta la propria vicenda umana, senza sconti. Una scrittura autobiografica, ma non terapeutica , condotta con gli occhi del reportagista attraverso le macerie della propria vita. Per ritrovarsi alla fine, appunto, di fronte ad un uomo che trema, ma vivo, in una realtà complessa e difficile da affrontare , con pochi punti di riferimento. Il più importante di tutti, però, è  “il piccolo filosofo”, suo figlio, nei confronti del quale lo scrittore decide di non usare alcuna forma di reticenza, per realizzare con lui  un rapporto autentico e verace .
Interventi appassionanti, quelli degli autori, che hanno suscitato più di una domanda nel pubblico, affascinato dalle letture condotte con sapienza e sensibilità da Luigi Migliaccio, Maria Teresa Panariello, Milena Pugliese.  
E si è così discusso sul rifiuto da parte loro dell’etichetta di narratore tradizionale, in favore di una forma narrativa meno consueta, ovvero il dispiegarsi di un originalissimo e personale flusso di coscienza . Poi ci si è soffermati sul  ruolo dello scrittore, che ha il compito di denunciare  i problemi della società , ma non di fornire soluzioni, a cui solo la politica ha il dovere di  pensare.

Infine la consapevolezza, da parte degli  autori, di aver potuto conoscere,  in diversi incontri con pubblici diversi,  uno spaccato interessante del territorio partenopeo,  con la possibilità di penetrare davvero nella realtà delle sue innegabili qualità , ma anche delle sue infinite contraddizioni.