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28/11/25

LIBRI - Emilia Tartaglia Polcini e "Asia, la ligure che approdò nel Sannio": fine meditazione narrativa sul senso dell'identità e della sopravvivenza


di Maria Ricca

Si legge tutto d'un fiato "Asia, la ligure che approdò nel Sannio" di Emilia Tartaglia Polcini, edizioni Graus. Lo si fa inseguendo il drammatico percorso della piccola protagonista, costretta a un dolorosissimo esodo forzato dalla propria terra e divenuta quasi magicamente Valeria una volta approdata a Roma, tra le braccia dell’affettuosa “Domina”, del generoso Marco Bebio Tanfilo, proconsole romano, e della solerte e insostituibile governante Livia, fino a diventare la felice sposa di Gaio Valerio Arsace.

La vicenda storica su cui il romanzo si innesta è nota agli studiosi e quasi sconosciuta al grande pubblico: tra il 181 e il 180 a.C. i Liguri Apuani furono deportati in massa nel Sannio romano. Oltre 47.000 persone — uomini, donne, bambini e anziani — vennero sradicate dalle loro montagne per essere reinsediate nel cuore dell’Appennino meridionale. Scegliendo di narrare la storia dal punto di vista di Asia, l’autrice trasforma questo episodio in un racconto commovente e drammatico, sostenuto da una ricostruzione storica minuziosa, frutto di una ricerca rigorosa ma sempre desiderosa di coinvolgere emotivamente il lettore.

Notevole la capacità descrittiva dell'Autrice, che rende la vicenda avvincente e ricca di colpi di scena, quasi un vero “romanzo di formazione”. Il ritmo concitato e cinematografico — non sfigurerebbe una trasposizione filmica — appassiona e commuove, restituendo alla storia un corpo vivo: mani che stringono altre mani, corpi spinti a marciare, occhi di bambini che registrano più di quanto comprendano. E soprattutto c’è il modo in cui la vita ricomincia, quasi sempre, nonostante tutto. L’opera, solidamente documentata, diventa così una meditazione narrativa sul senso dell’identità, della perdita e della sopravvivenza.

Impossibile non riconoscere, nella cornice contemporanea dominata dalla giovane archeologa Roberta, diversi elementi autobiografici dell’autrice: la passione diligente per lo studio, l’attenzione ai particolari, il riferimento alla famiglia d’origine come punto di partenza e stimolo continuo all’impegno. Il lettore finisce per immedesimarsi nei sogni e nelle speranze di Roberta, che, con il team guidato dal vecchio e pervicace archeologo Pat, scava nella località sannita di Macchia di Circello, chiedendosi ostinatamente cosa rimanga davvero di una vita quando tutto scompare, e se ciò che è stato sepolto abbia ancora qualcosa da raccontare.

La scoperta dello scrigno delle pergamene apre la porta al passato, permettendo al lettore di seguire trepidante il percorso affannato della piccola Asia, testimone involontaria di un trauma collettivo che diventa destino personale, segnato da mille sofferenze: un purgatorio infinito verso la salvezza. In mano i sassolini — uno in particolare, dono dell’amico d’infanzia — a mo’ di amuleto, simbolo di un legame indelebile con il passato. La scrittura procede con eleganza compositiva, trasformando i paesaggi descritti in paesaggi interiori.

Straordinario il finale, affidato all’inaspettato incontro con la sorella perduta e alle rune che testimoniano un’unica radice, ma anche l’appartenenza ad un popolo diverso da quello di Roma: un tema cruciale, vissuto da chi accoglie nel duplice atteggiamento — ostilità o ospitalità — tra arricchimento e rifiuto del diverso. Perché ogni migrazione forzata porta con sé dolore e resilienza, sradicamento e reinvenzione.