Il romanzo "Cento grammi di sole" di Fabiana Zollo è un
regalo per l’anima, soprattutto quella sensibile, quella esposta ai graffi
delle delusioni. Annusiamo il paradigma di vicende attuali, che potrebbero
riguardare noi tutti. Scelte di vita, certo, a volte difficili, ma sicuramente
coraggiose ed inevitabili. Il bivio, in questa seconda fatica letteraria
dell’autrice sannita, ci lascia inizialmente spiazzati e senza fiato. Un
viaggio che rende partecipe il lettore, lo fa immergere e dubitare di quel vissuto
che diviene esperienza e quindi passato. Il sorriso della protagonista ci
travolge, ci fa compagnia nella costanza parallela degli eventi, a volte
infausti. L’essenza del sorridere, non come mero esercizio abituale, ma vero
propulsore di spinta per quella speranza di svolta intrinseca del guardare
avanti, oltre l’ostacolo: sempre. Con tenacia e determinazione, Ronnie, la
protagonista, attorniata dagli affetti, ci scuote e nel contempo ci rassicura
in questo suo percorso di consapevolezza dei suoi sentimenti e delle intime
relazioni. Non siamo invincibili nella nostra corazza. Ciò è sottolineato
perfettamente dal linguaggio e dalla narrazione impressi, eppure, in “direzione
ostinata e contraria”, ci dirigiamo gradualmente verso quello splendore
conclusivo, delicato ed intimistico, che ognuno si augura di avere nella
propria vita. Un po’ come l’impulso dei brillamenti solari sulla Terra,
esplosioni di luce ed energia. Il lettore trova piacevolezza nel modo di essere
e di mostrarsi della protagonista, con grazia e freschezza, senza veli o
ipocrisie, ma con tutti i dubbi e le insicurezze frutto della giovane età. Per
svoltare, forse, «divoriamoci il mondo», abbozzando un sorriso, come ci insegna
a fare Ronnie.
S. GIORGIO A CREMANO - Energia positiva, inarrestabile, produttiva. Sprigionatasi
potente dalle anime dei giovani allievi del Liceo Statale “Carlo Urbani”, retto
dalla Dirigente Scolastica Mariarosaria De Luca, impegnati nell’atto conclusivo
del POR“Scuola Viva”, “Incomincio da me”,
modulo “Un rève de liberté – Diritti al Cuore”.
Le Fonderie Righetti di Villa Bruno, in San
Giorgio a Cremano, hanno così ospitato, nella calda serata del 19 giugno, il “Sogno
di libertà” di questi studenti, specchio della voglia di vivere e di
indipendenza della loro generazione, interpretato in Italiano ed in Francese.
La performance ha percorso un ampio arco storico, delineando un iter ispirato al diritto alla felicità di ciascuno, incarnato in quell’anelito alla
libertà, che infiamma gli eroi e pervade ogni individuo.
In apertura ed in chiusura di performance, l’intervento della Preside De Luca, che ha ribadito l'impegno del Liceo "Urbani" in progetti sui temi di legalità e cittadinanza attiva, e ha poi presentato e ringraziato gli studenti coinvolti,i docenti-tutor Maria Francesca Mangone e Mario Ascione, che con intelligenza e sensibilità hanno guidato gli allievi, e gli esperti dell’Associazione “Cremano Giovani”, operando tutti in sinergia preziosa e significativa.A questi ultimi, Arcangelo Santoro e Martina Giardulli per la parte recitativa, e Maria Rosa Zeno, con Ausilia Bozzaotre, per la parte musicale (con Alessandro Monaco-violino, Francesco e Eleonora-voci, nei costumi d’epoca, curati da Canzanella)il compito di tirare le fila di un discorso culturale ed artistico, che si apre da anni alle scuole del territorio, per incoraggiare i giovani ad individuare in sé quei talenti che spesso non si sa
di possedere, nel segno di quella genuinità espressiva, che è un tutt’uno con lo sviluppo pieno ed attivo della personalità.
In avvio di performance, subito giovani “popolani”, di bianco vestiti,
a gridare a squarciagola la voglia di opporsi all’ordine costituito, ma solo per lanciare il “guanto di sfida” contro ogni
forma di ingiustizia. Geniale la scelta di affidare l’esecuzione dell’intera colonna sonora della performance all’orchestra “live” in palcoscenico, che ha reso estremamente vivo e vivace l’intero allestimento.
Al centro la parabola intensa e drammatica di Masaniello, suggellata dall’immortale
“Io so’ pazzo!” di Pino Daniele, in una efficace commistione tra antico e moderno, a sottolineare l'universalità senza tempo di valori e passioni.
E poi la follia
della “Gioventù hitleriana” e il dramma di Anna Frank, che sogna una libertà ormai per sempre perduta, simbolo immortale dell’adolescenza spezzata.
“Personne n’est plus libre…”, hanno sospirato gli studenti-attori, ripensando, poi, a Martin Luther King e al suo disperato “I have a dream!”, ma
anche al coraggio di Rosa Parks , che negli anni Cinquanta non volle cedere il
proprio posto ad un bianco sull’autobus che la riportava a casa, stanchissima,
dopo il lavoro. Fino all’attivismo di Nelson Mandela e alla sua infaticabile
lotta contro l’apartheid.
E, poi, ancora,
scarpe rosse dinanzi ai piedi degli
interpreti, ad incarnare la lotta alla violenza nei confronti delle donne,
in nome dei diritti di ciascuna a non essere discriminata e ad essere rispettata dal marito o dal fidanzato, mai “padrone”, quanto piuttosto affettuoso compagno alla pari, nel difficile percorso dell’esistenza.
“Non bisogna aver paura di parlare…”, però, hanno affermato i giovani in scena ed anzi occorre combattere
anche per chi non ce l’ha fatta a resistere e adesso non ha più voce.
Affascinantissimo e coinvolgente, infine, un vero “inno alla
vita” e alla libertà, il ballo “tarantolato” di una delle giovani attrici, simbolo della voglia di ribellarsi ad
ogni ingiusta costrizione. Applausi sinceri, da
parte della folta platea di docenti e genitori, ed il fuoriprogramma di uno scatenato assolo di
batteria, hanno chiuso l’intensa e partecipatissima serata.
Questo il "chi è chi" degli interpreti:
Stefania Acampa, Flavia Amitrano, Chiara Autiero, Anna Belfiore, Vittorio Borrelli, Vincenzo Borriello, Gaia Bottone, Antonella Carbone, Lorenza Cavaliere, Adelaide Ciardi, Sabrina Cirillo, Lorenzo Ercolano, Michele Franzese, Giulia Guadagno, Latif Kone, Riccardo Leone, Giovanni La Ferola, Vincenzo Micciché, Alessia Nocera, Serena Otero, Claudia Pennino, Sofia Pisacane, Alessandra Piscopo, Vittorio Pollice, Sara Raia, Sara Rusciano, Simona Rusciano, Concetta Toscano, Simona Ugliano.
BENEVENTO - Una storia attuale, mai banale e ricca di suspence.
Rivedere la bellezza del musical al Teatro Romano di Benevento ha sempre un suo effetto con le candele accese a fare da cornice notturna.
Successo annunciato per il musical “West Side Story”, per la direzione artistica di Carmen Castiello. Una produzione firmata Compagnia di Balletto di Benevento ed Orchestra Filarmonica di Benevento che ha ufficialmente aperto il BCT, il festival
“Benevento Cinema Televisione”, che si terrà nel capoluogo fino al 9 luglio prossimo.
Sul palco per i saluti iniziali il sindaco Clemente Mastella e il direttore artistico del BCT, Antonio Frascadore. Una messa in scena curata nei dettagli, che ha visto la prova entusiasmante e di livello dei professionisti delle due ottime realtà beneventane. Ad impreziosire il balletto Odette Marucci e José Perez, i protagonisti di questa storia d’amore tormentata ed ostacolata.
Un ritmo incalzante per questo testo ispirato alla nota tragedia di Romeo e Giulietta.Lui
Tony, della banda dei Jets, dall’altra i portoricani “Sharks” di Maria. Tra risse e contrasti il sangue verrà sparso in questo spettacolo scritto da Arthur Laurents e musicato da Leonard Bernstein, che fu tra i successi di Broadway.
30 danzatori, di cui sei solisti, e 80 musicisti diretti dal maestro Maestro Marco Attura, il quale ha sostituito il Maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli.I cantanti sono stati Giuseppe Raimondo, Ida Elena De Razza, Mac Zavadasky, Federica Buda. Musiche, balletto, scenografie e teatro, un mix vincente che ha convinto il folto pubblico presente.
Hanno partecipato: Josè Perez, Odette Marucci, Giselle Marucci, Francesco Panebianco, Antonio Trerotola, Federica Di Lonardo, Lucrezia Delli Veneri, Annasara Fierro, Ilaria Mandato, Sabrina Crafa, Cristina Pagliarulo, Valeria Ielardi, Angelica Tarantino, Anna Barretta, Delia Francesca, Giorgia De Blasio, Sara Prozzo, Alessandra Bellone, Delia Filippella, Valentina Tretola, Federica Di Lonardo, Angela D’Occhio, Alessia Valentino, Cristina Ricciardi, Alessia Parrella, Francesca Grimieri, Maya Martini, Antonio Campaiola, Angelo Riccio, Simone Giancola, Sandro Mattera, Jonathan Mele, Christian La Sala, Alfonso Donnarumma.
Città Spettacolo, buona la prima. La sezione “off” della
rassegna, inaugurata nella mattinata di domenica 28 con la presentazione dell’intervento dell’artista
Free-Doom BIODPI ed il suo murales “LoLlo all’aperto”, dedicato soprattutto ai bambini
del quartiere, ha accolto il “Wake
Up Tour” di Rocco Hunt, in Piazza San Modesto, dopo
Il pubblico del Rione Libertà per Rocco Hunt
l’esibizione della “Maleventum Crew” e la
contestuale apertura dei Percorsi Enogastronomici a chilometri zero, “Street
food”, in via Napoli.
“Mi fa bene stare con voi. Sono cresciuto anch’io in una periferia, come quella del vostro Rione
Libertà, delle “palazzine”, e so cosa vuol dire trovarsi davanti, ogni
giorno, alle difficoltà della vita da affrontare. Essere nati in un Sud
martoriato e dimenticato non può essere una condanna, per chi ha voglia di
farcela. Mai credere che sia impossibile.” Così Rocco Hunt , che sul palco cittadino
Mastella in Villa Comunale: appello per i terremotati
non ha
risparmiato energie, proponendo l’intero suo repertorio e prendendo in prestito da colleghi antichi e
moderni i loro brani di denuncia, senza rinunciare ad alcuni “classici” rivisitati in chiave moderna, su tutti “Tu vuò fa’ l’americano” di
Carosone.
E basta dire “Wake up, wagliù!” e ricorrere all’appellativo “Fratè”,
espressione tipica del gergale
giovanile popolare di stampo partenopeo, per stringersi “a coorte” contro il “nemico”
, di volta in volta “lo Stato che non c’è”,
le istituzioni in blocco, o, semplicemente, la società conformista. Ma i genitori
no, quelli vanno tenuti fuori dalla contestazione, perché “loro fanno sacrifici per noi e vanno rispettati: portare avanti
un figlio, oggi come oggi, non è cosa da poco!”. Beh…
Esternazioni musicali e verbali molto condivise dal
pubblico, che hanno entusiasmato i
giovanissimi sotto il palco e l’intero quartiere, al centro di una festa gioiosa, ma composta,
alla quale hanno potuto e voluto partecipare tutti, ragazzi ed adulti, bambini e famiglie.
Sul palco, a metà serata, per brevi momenti, anche il
Sindaco Mastella e l’assessore comunale alla Cultura Picucci, per salutare l’artista
e ricordare la necessità dell’impegno per le popolazioni del centro Italia
colpite dal terremoto, con la proposizione, su cartello, del numero 45500 della Protezione Civile, per
la raccolta fondi via SMS.
Appello già espresso poco prima, in Villa Comunale, dallo stesso Sindaco, esibitosi simpaticamente durante l' "Omaggio a Napoli", previsto il giorno 24, per "Agosto in Villa", e rinviato per rispettare il dolore ed il dramma delle popolazioni coinvolte nel sisma.
Sceglie la formula della
riflessione breve, dell’espressione icastica, del fulminante flash,
dell’invettiva, se serve, Luca Delgado, docente , scrittore, regista e
traduttore teatrale,per il suo “#Riscetamento”,
l’e-book disponibile su Amazon, che raccoglie i suoi più significativi
scritti sui social dell’ultimo quinquennio, 2011-2016.
Storica esperienza napoletana
di risveglio
culturale e identitario, “#Riscetamento” è l’hashtag, lanciato
dall’Autore per la prima volta in un incontro con gli allievi del Liceo
“Alberti” di Napoli, ed è già associazione culturale.
L’invito è al
“Risveglio”, alla presa di coscienza, al saper riconoscere i segni di un
cambiamento nella città di Napoli, che è sempre più evidente, superando,
finalmente, i clichés, gli stereotipi e le due tipiche chiavi di lettura della
realtà partenopea: quella oleografica (sole, cuore, amore e mandolino), e
quella disfattista della Gomorra dei quartieri del degrado.
Una nuova consapevolezza,
insomma, che puòutilizzare ognimezzo ed Internet, in particolare, per
diffondersi compiutamente.
L’
e-book-pamphlet, diviso in capitoli e temi, per sottolineare momenti e settori
diversi in cui il “#Riscetamento” sembra prendere corpo e forma,
punta dritto al cuore del lettore, napoletano, certo, ma anche “non
oriundo”, e dà vita, con uno stile semplice ed un tono che non fa sconti,
ad un corpo unico e variegato di pensieri che colgono nel segno.
In copertina c’è
“Gennaro”, il murales dell’artista Jorich, fiero simbolo beneaugurante
della lotta (recentemente vinta, a dispetto di tutti!) per rivendicare
alla città il controllo ela
gestione del culto e tesoro del Santo, patrimonio di credenti e non credenti.
E allora via, con il ricordo
struggente di Pino Daniele, al quale l’Autore promette, in un “post-lettera”
ad un anno dalla scomparsa, di continuare a provare a migliorare la
città, “giorno dopo giorno”, magari insieme a chi il cambiamento lo vede e a
chi invece non lo vede “e si arrabbia, e pure tanto”, in nome del sentimento
comune per quella Napoli che il cantautore amava con tutto se stesso.
Un’incontenibile esplosione di
professionalità, condita dalla voglia di mettersi in gioco e di testimoniare
che i ragazzi di oggi, se ben guidati, sanno mettere a frutto i propri talenti
in maniera produttiva ed intelligente.
Questi gli ingredienti della
performance “Brillantina 2…Il ritorno”, andata in scena il 2 e 3 giugno al
Teatro Pierrot di Ponticelli-Napoli, con la regia della professoressa Giovanna
De Luca e l’entusiasmo dei “Ragazzi della Casa”, fra i quali molti allievi ed
ex allievi del Liceo Statale “Carlo Urbani” di San Giorgio a Cremano, in un mix
produttivo di tanti mesi di lavoro dietro le quinte e di una già comprovata
attitudine al palcoscenico dei giovani attori.
Si è intuita, dietro l’ immortale
storia di Danny Zuko e di Sandy Olsson, l’intervento di una sapiente direzione,
che ha dato spazio alle più diverse caratterizzazioni dei personaggi,
valorizzando di ciascuno le peculiarità, con opportuni tagli ed ottimizzazioni
nei dialoghi e nelle scene musicali, che hanno evitato cali di ritmo.
Nel buio pieno di suggestioni
del ventre accogliente del Teatro Elicantropo di Napoli si muovono immagini grottesche e simboliche, ad indicare l’eterna lotta fra la mediocrità e l’arrivismo
delle “mezze figure”e la forza del leader, che vince ogni tradimento e risorge
dalle proprie ceneri, tentando la riaffermazione di se stesso e dei propri
valori.
“Dell’Amore e dei Segreti”, liberamente
ispirato a “La Scuola dei Buffoni”, di Michel De Ghelderolde, va in scena
in questo fine settimana, nel Teatro di vico dei Gerolomini, in prima
nazionale, per la rassegna festival di “Teatro Politico - Sensibili al Potere
2015/2016”. Autore dell’appassionata e
coinvolgente drammaturgia è il regista ed interprete Antonio Iavazzo.
Una parabola di amore, morte e
voglia di riscatto, raccontata dall’intensa espressività degli attori,
perfetti nella sincronia dei movimenti e dei ritmi incalzanti, in scene d’insieme
ben congegnate ed efficacemente costruite. Aprono i tre buffoni (Giovanni Arciprete, Raffaele
Iavazzo, Federica Tornincasa), che danno fondo a tutte le proprie risorse, in
mille travestimenti ed atteggiamenti senza freno, per accattivarsi le simpatie
del Maestro Folial, un drammatico ed intenso
Carmine Losanno, custode del “segreto”, per eccellenza.
Nel fine settimana del 25 aprile, è davvero un “atto di resistenza culturale contro il pensiero unico dominante”, come ben lo definisce Amerigo Ciervo, l’evento-spettacolo che conclude il ciclo 2016 della rassegna “Comico Italiano” della Compagnia Teatrale Solot, al Mulino Pacifico di Benevento. Una festa di primavera tutta virtuale, data l’inclemenza del tempo, che però ben si concretizza , grazie alla sinergia dei soggetti coinvolti.
Al centro, appunto, “La canzone di Zeza nella Festa di Primavera”, storico “pezzo”, nella versione che “iMusicalia” presentarono nel 1982 a Settignano, con la regia di Peppe Barra e l’introduzione dell’etnomusicologo Diego Carpitella. Volentieri si prestano al “divertissement” Antonio Intorcia e Michelangelo Fetto , in un’esilarante versione “en travesti”, ad interpretare rispettivamente la giovane Vincenzella, che si strugge d’amore per lo studente calabrese don Nicola Pacchesicco (Marcello Ciervo) e la madre Zeza, che a questa unione si oppone fieramente con il marito Pulcinella (Amerigo Ciervo).
E così, tra lazzi, burberi rimproveri e reciproche svenevolezze, ecco finalmente concretizzarsi l’improbabile ed imprevedibile matrimonio.
Ma se gli storici protagonisti dei due ensemble, quello musicale e quello teatrale, si riservano la parte del leone, urgono “alle spalle” le splendide ed inarrestabili energie interpretative dei loro giovani eredi della “Bottega di famiglia” de “iMusicalia”, il “nostro investimento per il futuro”, come chiosa Amerigo Ciervo, arricchita, per l’occasione, dal contributo de “La Rua Catalana” di Leonardo Di Stasio e Marco Coviello, in predicato per la partecipazione al Concertone del 1° maggio.
Un’alternanza produttiva di interventi artistici, che entusiasma il folto pubblico, sempre affettuoso con i protagonisti di questa scena. Risate ed applausi, dunque, per le divertenti interpretazioni di due classici, ormai, della tradizione teatrale, affidati rispettivamente a Fetto, che si incarica, da “vecchia zia” di narrare le peripezie di Catarinella, ingenua e sciagurata figlia matricida, che sposa il principe-serpente, grazie ai buoni consigli della mamma morta, e ad Intorcia, che, deliziosamente, racconta le vicende di due sorelle, alle prese con i “piriti” e i loro buoni uffici.
Si ride di gusto, anche alla fine quando gli attori regalano al pubblico altre due simpatiche “perle” della tradizione comico-grottesca, fingendo amabilmente rossore e vergogna.
Resta il tempo per ricordare, sulle note di “Purple rain”, omaggio al Principe di Minneapolis, e complice il sonetto 18 di Shakespeare, interpretato da Michelangelo Fetto, come l’unica forza che resista al tempo e alle storture e scempiaggini politico-sociali, sia la cultura. Una testimonianza arrivata nella Giornata mondiale del Libro e celebrata nella data che ricorda i 400 anni dalla morte del Bardo inglese.
Quaranta, invece, sono gli anni di carriera de “iMusicalia”, come conclude Amerigo Ciervo, ricordando la data del 25 aprile e i sacrifici della Resistenza partigiana , pur celebrati in questo fine settimana di festa. Degustazioni di prodotti tipici, balli e quadriglie chiudono la serata.
Vite vagabonde, vite che alla fine, “adda passà a nuttata”, mentre tenti di sbarcare il lunario, cercando “una fatica”, quale che sia, e la tua casa è il marciapiede vicino alla stazione centrale di Napoli, vite condite da quel fatalismo che, alla fine ti fa accettare tutto quello che ti capita, perché “addà ì accussì…”, “deve andare così” e non può essere diversamente. Ma ai sentimenti, a quelli no, non ci rinunci. E sono quelli che ti tengono in vita e ti costringono ad andare avanti. Anche se ti fai chiamare “Sciacallo”, così, per farti rispettare in strada, ma, alla fine, adori la tua donna , una buffa ragazzina sveglia e insolente, come se ne incontrano tante nei vicoli di Napoli, e quel suo fratello sciocco e bambinone, che lei adora e che tu, a tuo modo, sopporti e coccoli.
Sono i personaggi dei “Pisci ‘e paranza”, spettacolo conclusivo della rassegna “Magnifico Teatro” del “Magnifico Visbaal”, diretta dall’attore e regista Peppe Fonzo, ultimo appuntamento al Piccolo Teatro Libertà, menzione speciale al Premio Scenario 2015, progetto e regia di Mario De Masi.
Che ha affidato alle efficaci caratterizzazioni di tre giovani attori e due giovani attrici, Andrea Avagliano, Fiorenzo Madonna, Luca Sangiovanni, Serena Lauro, Rossella Miscino, le dolenti figure di tre clochard in salsa napoletana, persi nella loro infelicità, naviganti a vista nel mare della vita, che non fa sconti. L’ostilità e gli sfottò sono l’arma di difesa con cui affrontano l’estraneo, il diverso da sé, qui incarnato da due “cafoni” di provincia, che hanno perso l’ultimo treno per il paese, sperduti e disorientati.
Ma basta poco, dopo la diffidenza iniziale, per entrare in sintonia. E’ la notizia che lei è incinta a scuotere l’animo della vagabonda, che, di certo, vorrebbe un bambino anche lei, un sogno impossibile da realizzare, nella sua condizione. Di qui l’ “amicizia” di una notte, con i due forestieri, ed il reciproco prendersi in giro, tra battute, riflessioni pseudofilosofiche e grandi bevute di vino di pessima qualità, dal collo di una bottiglia, che i personaggi si passano indifferentemente di mano in mano. E sarà una bevuta di troppo, ardentemente desiderata e conquistata, ad avvelenare il più fragile del gruppo, quel “fratellone” adulto e bambino, che la sorella cullerà, ormai senza vita, con una nenia cantilenante e dolcissima, piena di disperazione. Non ci sarà riscatto e salvezza per loro, non ci può essere.
Un lavoro corale, nel quale sono confluite le esperienze di osservazione della vita e di studio dell'autore, ma anche quelle dei suoi compagni di avventura, un “agglomerato”, in verità, non una compagnia vera e propria, provenienti da esperienze teatrali e diverse, che hanno formato la loro indiscutibile professionalità.
Molti applausi in chiusura, dunque, per un “finale di partita”, per dirla alla Beckett, non scevro di amarezza, da parte del direttore artistico della rassegna e del gruppo promotore di Magnifico Teatro, Peppe Fonzo: “Una stagione teatrale, la nostra - ha detto - che è stata fortemente condizionata dai danni dell’alluvione, costatici ad ottobre, la rinuncia alla nostra struttura di via Ponticelli. Il trasferimento al Piccolo Teatro Libertà, il cui utilizzo ci è stato concesso dal Comune solo fino a giugno, e per il quale naturalmente, ancora ringraziamo chi di dovere, è solo temporaneo, però…Confidiamo nel fatto che la nuova Amministrazione possa consentirci di continuare il lavoro intrapreso, riconoscendo la nostra professionalità e la nostra attiva presenza culturale, apprezzata dal pubblico, che ha partecipato sempre ai nostri spettacoli e dalla critica che ci segue favorevolmente, anche ben oltre le mura cittadine. Speriamo che non debba essere quest’ultimo spettacolo, l’atto conclusivo del nostro ciclo lavorativo, qui in città…” Intanto giovedì, conferenza stampa di chiusura di Magnifico Teatro, per trarre il bilancio ultimo della manifestazione, alquanto positivo, come detto, in termini di attenzione e partecipazione da parte degli spettatori, e per definire meglio, si spera, l’impegno futuro della Compagnia “Magnifico Visbaal”, qui in città.
L'intervista ai protagonisti, da "Emozioni in Rete.com"
Il giornalista Franco Di Mare, al Museo del Sannio di
Benevento, racconta la sua opera con la scrittrice Pedicini, il regista Vestoso ed il cantautore Coppola, “esegeti” d’eccezione
di Maria Ricca
Tre lettori d’eccezione sabato 11 aprile, al Museo del
Sannio, per raccontare “Il caffè dei miracoli”, di Franco Di Mare, impegnato a
Benevento in un piacevolissimo “tour de force”
Il presidente Lions Lonardo
per portare in città la propria
esperienza professionale ed emotiva. Dopo l’incontro mattutino all’Unifortunato,
in cui si è discusso di web e comunicazione, il conduttore di Uno Mattina, invitato
ad accomodarsi in prima fila da Jean
Pierre El Kozeh, organizzatore con la sua Mediart, dell’evento, per un sodalizio
col giornalista che dura da almeno dieci anni, ha ascoltato gli interventi dei
suoi “mèntori” sanniti, giovanissimi ed attivi nel settore letterario, cinematografico e musicale. “Perché i romanzi – ha confermato El Kozeh all’inizio
La scrittrice Isabella Pedicini
dell’incontro, promosso dai Lions Club Benevento
Host ed introdotto dal presidente Antonio Lonardo, al pianoforte Antonello Rapuano – una volta
scritti, appartengono a chi li legge ed è quindi giusto che vengano commentati
e diffusi dal pubblico, più che dagli stessi autori.” Un’idea vincente, che ha
consentito agli intervenuti, tantissimi, in una sala gremita all’inverosimile,
di godere appieno delle varie fasi della serata, senza accusare noia e cali di
ritmo. E’ toccato così ad Isabella Pedicini rompere il ghiaccio ed iniziare a
Il regista Valerio Vestoso
raccontare di Bauci, la cittadina immaginaria in cui è ambientata la vicenda
narrata nel libro, dove, all’improvviso vien posta una statua di Botero, l’immaginaria
“Maya Tropical”, donna senza veli,
formosa e attraente, il cui volto è rivolto al mare, laddove il lato B, invece,
è prospiciente la Chiesa del paese. Un’opera d’arte discussa da tutti, sia da
chi l’apprezza incondizionatamente, sia da chi, invece, ne contesta forme e
significati,
Il pubblico intervenuto
auspicandone la rimozione, perché peccaminosa ed indecente. C’è
spazio per i ricordi letterari della Pedicini, su tutti quelli delle
metamorfosi ovidiane di Filemone e Bauci e per “La città invisibile” di Calvino,
ove gli abitanti vivono su palafitte, per guardare dall’alto la terra e non
lasciarsi da essa coinvolgere. Ed è ancora una volta il punto di vista
femminile sulla realtà che si rivela vincente e non cinico, come quello dei “maschi”
del paese, ha confermato la Pedicini, per “un romanzo che rappresenta l’effetto
della bellezza sugli esseri umani”, scritto peraltro da un giornalista come Di
Mare, già inviato di guerra, che per una volta, “si è concentrato su una storia
di pace, senza tempo, mettendo da parte l’orrore e la bruttezza, per concedersi
alla bellezza.” Quella della “novità”, che impatta sulla vita della provincia –
ha poi sottolineato il regista Valerio Vestoso, sconvolgendola e dominandola.
Proprio come ne “L’uomo delle Stelle” di Tornatore, o nel “Postino” di Troisi,
dove la “poesia” è il nuovo che affascina la giovane Beatrice e stupisce la
zia, troppo attaccata alla cruda esperienza della sua vita, per comprendere la purezza di quel sentimento.
Ma il "nuovo" che spaventa è anche la diversità dell’”arte contemporanea” su cui argutamente si
interrogano il portiere Salvatore ed il netturbino Saverio, con il professor
Bellavista, nel film di De Crescenzo, meditando su alcune “ceramiche d’autore”. Contributi filmici
proposti al pubblico da Vestoso. Infine, l’intervento di Fabrizio Coppola,
milanese di sangue meridionale, ormai naturalizzato beneventano: “Un romanzo,
quello di Franco Di Mare – ha detto – tutto sull’accettazione di un cambiamento. Ed
è insopportabile la pretesa di chi vorrebbe, in nome della paura del nuovo – fermare
ogni progresso, anziché abbracciare quelle novità che potrebbero dare utile
slancio e fare la differenza, soprattutto per le piccole realtà come quella
descritta e come la stessa Benevento, che, se le accogliesse, potrebbe davvero
fare la differenza, in nome della qualità della vita, con le città più grandi. “Perché
– ha chiuso, citando John F. Kennedy – occorre smettere di chiedersi cosa il Paese
possa fare per noi e cercare di capire cosa noi possiamo fare per il Paese.” In chiusura, Di Mare: “Ho scoperto cose del mio libro,
ascoltando i giovani “esegeti” – ha concluso – che io stesso non immaginavo e
questo perché, nella lettura, ognuno si confronta con i propri background culturali.”
La scrittura del romanzo ha richiesto all’Autore una certa versatilità
per l’immedesimarsi nei panni dei diversi personaggi che commentano l’accaduto.
Dall’adolescente inquieta col piercing, alla donna matura ed
intelligente, dall’anziano tutto d’un pezzo al giovane allegro e
superficiale. Ed a proposito dell’accoglimento riservato alle novità, “è
vero – che nei piccoli centri c’è grande resistenza al cambiamento, come
conferma il sociologo Domenico De Masi, le cui idee
innovative sono state guardate, persino nella magica Ravello, con sospetto, e che
sono sempre soprattutto le donne le prime ad aprirsi
alla rinascita. Ne ho avuto testimonianza quando ero inviato di guerra: le rose
migliori erano quelle che nascevano sulle macerie, e solo gli uomini
innamorati, quindi più inclini, in quel momento, ad una certa dimensione “al femminile”, si aprono, poi, al progetto. Insomma il mio libro – ha concluso Di
Mare – è dedicato alle donne e al loro coraggio di cambiare.”
“Sono artisti emergenti che accettano di mettersi in gioco”. Questi, come ha dichiarato stasera Ferdinando Creta, direttore artistico del Museo Arcos di Benevento, sono i protagonisti della Prima Edizione del concorso internazionale di arte contemporanea “Maleventum Contest” presentata stasera alla Stampa presso i Sotterranei di via Stefano Borgia.
“Maleventum Contest”, che verrà inaugurata domenica 12 aprile 2015 alle ore 11,00, presso il Museo Arcos, porta in gara pitture, sculture e fotografia: la sfida tra gli artisti delle diverse Sezioni e per la scelta della migliore opera in assoluto tra quelle in mostra, nasce da una idea di Lucio Ariemma e Antonio Scala dell’Associazione Artistica2014 e gode del patrocinio della Provincia e della Camera di Commercio di Benevento.
Duplice è l'ambizione di questa manifestazione, secondo il direttore artistico Creta: innanzitutto, essa vuole portare sul proscenio nazionale artisti che ancora non hanno raggiunto la notorietà e la considerazione che probabilmente meritano; la seconda è quella di affermare la formula del "salotto artistico-culturale" per Arcos, un Museo che vuole diventare traino per una ri-scoperta dei tesori d'arte e di cultura della città di Benevento e del Sannio.
Saranno comunque i visitatori a decretare i vincitori delle tre Sezioni e il vincitore assoluto della manifestazione: quanti accederanno ai Sotterranei di Arcos, che tra l'altro ospitano anche i reperti dello straordinario Tempio di Iside di Benevento, potranno dunque valutare anche il lavoro della apposita Giuria che ha scelto i lavori dei pittori, scultori e fotografi ammessi al concorso, e che è composta, oltre che dallo stesso direttore Creta, dal Prof. Massimo Bignardi dell’Università di Siena e dagli artisti Angelo Casciello, Angelo Marra e Attilio Michele Varricchio.
Il vincitore assoluto di “Maleventum Contest” avrà la possibilità di realizzare una mostra alla Galleria Novalis Fine Arts di Hong Kong.
Chi
l’ha detto che la noia coniugale crea angosce inestinguibili? Magari, invece,
scatena un’irresistibile ilarità, ti fa ridere a crepapelle, induce azioni
incredibili, talmente incredibili da risultare grottesche. Come quelle compiute
dai protagonisti di “The Problem – una coppia in commedia”, di A.R. Gurney jr.,
opera tradotta ed interpretata da Annika Strøhm e Saba Salvemini, dell’Aretè
Ensemble, andata in scena in quest’ultimo
finesettimana per la rassegna “Magnifico Teatro” del “Magnifico Visbaal”,
diretto da Peppe Fonzo, con l’organizzazione di Rosaria Aragiusto, nello spazio
“off” di via Cupa Ponticelli, che, di performance in performance, si riempie
sempre più di appassionati. E allora, dopo l’esplosiva Nunzia Schiano e le sue “Femmene”,
interpretate con la collaborazione dell’intensa voce di Miryam Lattanzio, è
toccato alla coppia “scoppiata” di “The Problem” raccontare stratagemmi e finte
indifferenze, eleganti prese di distanza e furbi sotterfugi di cinque anni di astensione
da ogni tipo di rapporto intimo, mentre l’intesa verbale non si è mai interrotta,
perché lui rideva un po’ troppo, lei, di contro, piagnucolava continuamente…
Occorre
superare l’ “impasse”. E tocca, così, alla moglie esibire un enorme “pancione” per
scuotere il marito dalla beata condizione di indifferenza in cui si trova: è
incinta, e non sa di chi. Ma lui non sembra darsene pena. Forse perché è stato
lui, “en travesti”, nei panni di un possente uomo di colore, a metterla in
stato interessante, e lei, forse, non si
è mai accorta della finzione. Non è così, naturalmente, anzi è stato piuttosto lui,
a non accorgersi mai, al buio, di non aver posseduto sempre lei, quanto
piuttosto un’attrice, prezzolata dalla
consorte, mentre la moglie ufficiale, per sfuggire a quella che le sembrava essere la
condizione di “una patetica concubina nelle braccia di un sultano etiope”,
cercava davvero, in un ghetto, soddisfazione in uomini di colore o, comunque,
in persone il cui reddito fosse bassissimo. E il bambino che attende ha un
padre, dice, ovvero “l’ ingiustizia sociale”. Purché le apparenze siano salve,
l’uomo pare accettare tutto, ancora una volta con una risata. Ma è tutto solo
un gioco, condiviso da entrambi, e infatti basta uno spillo per bucare il
pancione di lei, che… scoppia come un palloncino, perché tale è, ed entrambi lo
sanno. E perché i due ricomincino a “giocare”, ritornando in camera da letto,
finalmente di nuovo presi dal desiderio.
Sorrisi
ed applausi infine fra gli spettatori, e
risate consapevoli ed amare, per un testo ancora incredibilmente attuale, e che sarebbe stato bello, magari, anche rielaborare ulteriormente,
per ottenere da quello spunto nuovi interessanti sviluppi.
Prossimo
appuntamento con la rassegna “Magnifico Teatro”, fra quindici giorni, il 28 e
29 novembre, con “Ri-Evolution”, di Roberto Mai, vicitore del premio migliore
regia al “Fringe Festival 2013”
Il dandy e l’uomo. La brillante arguzia e le miserie umane.
Ironia amara e senso del grottesco disegnano efficacemente la
parabola esistenziale di Oscar Wilde in “Oscar”, in scena nell’ultimo week-end
di Città Spettacolo, al De Simone. Del difficile compito di restituire al
pubblico intatta l’anima e l’essenza più vera del drammaturgo inglese che
scandalizzò la bigotta società vittoriana, si è incaricato Gianluca Guidi. E lo ha fatto su testi di Masolino D'Amico, regia Massimo Popolizio e musiche di Germano Mazzocchetti, senza
risparmiarsi un attimo, in una frenesìa interpretativa che gli è derivata dal
suo nascere attor brillante e che ha saputo profondere tutta nella difficile impresa. Restando ancora sulla scia di papà Dorelli, ma finalmente libero dall’etichetta di “figlio
d’arte”, per meriti acquisiti in tanti anni sul palcoscenico e quindi abile nel far rivivere successi e disgrazie di colui che
più di ogni altro seppe smascherare e mettere alla berlina i vizi di certa
società “bene”, che non gli perdonerà poi tanta disinvoltura e disincanto.
Non può che cominciare dalla fine, quindi, il racconto della
vita e delle opere del drammaturgo inglese, riavvolgendo in un certo qual modo
la pellicola di quello che, in effetti, per ambientazione e regia, ha le
caratteristiche di un film muto. “Oscar Wilde è morto”, strilla il titolo del
più famoso giornale dell'epoca, mentre l’interprete Guidi, già tutt’uno col
personaggio, racconta di se stesso e del suo desiderio di vivere l’eccesso in
ogni campo, perché “solo lo straordinario sopravvive”. Atteggiamento che lo rese popolarissimo ed apprezzato nella
prima fase della sua esistenza, l’ “idolo di Londra”, con le sue brillanti ed
ingegnose commedie. Un successo dopo l’altro, che Wilde seppe godersi, senza
riserve. Furono gli anni delle conferenze americane, degli abiti eleganti, dei
fazzoletti colorati, delle battute argute e spiazzanti, del gioco con “la
venerabile arte della menzogna”. E le scelte di regia hanno tutto restituito al pubblico con la recitazione
serrata di Guidi, che, fra l’altro, ha cantato
disinvoltamente in inglese, sottolineando ogni passaggio emotivo, abile nel
muoversi in scena, grazie anche alla padronanza dei mezzi e degli arredi,
abilmente costruiti per raccontare il personaggio. Un sistema semovente di
binari gli ha consentito di cambiare
ambientazione ogni volta ed altrettanto hanno fatto le proiezioni scenografiche
dei quadri “animati” alle spalle, di cui lo stesso Guidi è stato protagonista.
Come nella migliore delle interpretazioni freudiane, il
principio di ogni disagio sentimental-sessuale non può che essere la madre,
incombente, che avrebbe desiderato una bambina e che come tale, quindi, nei
primi anni educa Oscar. Il drammaturgo ingaggia con lei, sempre altera e sprezzante,
enorme ai suoi occhi, anche fisicamente, una “singolar tenzone”, nella quale soccombe.
C’è spazio anche per l’amore e la tenerezza nella prima vita
di Oscar Wilde. La trova in quel l’Alfred Douglas, che incanta, per la sua
giovinezza ed innocenza, lui, ormai
maturo e consapevole.
Sono amanti, chissà…Ma certo sono uniti da un sentimento
fortissimo di attrazione e di reciproca devozione, per motivi diversi. Tutto
inutile: “Guilty”, “Colpevole” , sentenzia
il giudice che lo condannerà dopo un
processo infamante ed umiliante, solenne accusatore il terribile padre dell’amato,
in cui gli sarà rinfacciato di tutto e
la sua vita sarà scandagliata in ogni più intimo dettaglio. Ce n’è abbastanza
per condannarlo ed imprigionarlo in una condizione miserevole in cui Wilde si
ammala nel corpo e nello spirito.
Il carcere, la perdita della libertà e della salute, mai
della dignità, però, nonostante le
privazioni, la delusione di aver perso tutto, le allucinazioni e la splendida
fiaba allegorica del gigante, Guidi le ha proposte al pubblico, con una rara felicità interpretativa.
Gli ultimi anni Wilde li trascorre in un sordido hotel di
Parigi, abbandonato da tutti, ma in compagnia del suo brandy, perché comunque
sia, “sto morendo al di sopra delle mie
possibilità”, dice. E la classe non è acqua, appunto.
Fino al funerale solitario (“Appena tredici persone, incluso
il prete, esclusa la salma.”) e niente riabilitazione. Fino a quando sarà
riesumato per essere sepolto nel cimitero di Père Lachaise a Parigi, ancora
intatto, nonostante il tempo.
Un “occhiolino” finale al pubblico, dal ritratto “post mortem”, suggella ancora
una volta con ironia un percorso irripetibile e speciale. Perché, in fondo, dice Wilde, ne è valsa la pena. Applausi per Guidi, stanchissimo ed
emozionato, alla fine, "felice – ha detto –
di essere stato ancora una volta invitato a questo Festival."
“Some day he'll come along, The man I love. And he'll
be big and strong, The man I love.
And when he comes my way, I'll do my best to make him stay…”. Semplici ed intense le parole di una canzone
fra le più belle mai scritte. D’atmosfera la melodia che le accompagna. George
Gershwin, l’autore.
E’ toccato a
Tosca D’Aquino, in nero lungo e sciarpa color arancio, la voce arrochita al
punto giusto, introdurre il pubblico alla magia del ricordo di uno fra i più
grandi compositori mai vissuti. Magia
allo stato puro, dunque, anche qui per
Città
Il pubblico
Spettacolo che, domenica 14 settembre, al Teatro Romano, ha
offerto la sua “prima” mancata, quella del giorno 5, saltata
per colpa della pioggia. Ma i volenterosi spettatori di quella sera,
hanno potuto ben assaporare, domenica, l’atmosfera creatasi in scena per
“Sognando Gershwin”, l’opera musical-teatrale che ha inteso ricostruire la parabola esistenziale
dell’artista newyorkese, a partire dagli esordi, passando per l’affermazione
internazionale, fino alla prematura ed imprevedibile sua scomparsa, nel 1937.
Musica,
soprattutto musica, naturalmente, quindi, a far da protagonista al Teatro
Romano, con la splendida orchestra del Conservatorio, che ha saputo ricreare
alla perfezione l’atmosfera dei ruggenti Anni Venti. A partire dal primo
capolavoro , la “Rapsodia in blu”, su arrangiamento di Aldo Bassi, direttore e
tromba solista, perfettamente eseguita da un ensemble di veri professionisti
che è un orgoglio sapere provenienti dal nostro Conservatorio. La melodia fu
suggerita all’Autore, incredibilmente, dal frastuono e dai suoni metallici del
treno, ricomposti in una perfetta alchimia, esaltata dalla versione jazz
offerta dai musicisti in scena.
In platea, nella
cavea, sul palco, a dar vita ai personaggi evocati dalle melodie di Gershwin, i
giovani attori dell’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” che, di volta in volta, sono stati
protagonisti delle melodie, interpretate dalle cantanti in scena, fino a
diventare, fra l’altro, Porgy e Bess dell’ambizioso melodramma di Gershwin,
considerato l’opera americana più importante del XX secolo.
“Summertime”,
l’aria più famosa eseguita, su testo di Ira Gershwin, il talentuoso
fratello del musicista, che contribuì in maniera importante al successo di
quest’ultimo. Determinato, peraltro, dalla trasversalità delle sue
composizioni, apprezzate per le tecniche classiche, fra cui fughe e cambi di
tonalità, mescolate appunto alle sonorità della musica jazz.
Finale
coinvolgente con “I got Rhythm” e le voci soliste di Marianna Scrima e Katia
Cioffi, che hanno brillantemente suggellato una serata di grandi emozioni,
preparata con cura e professionalità. Una perfetta, seppur mancata per un
soffio, “ouverture” di qualità , per
l’esordio di un Festival che, se messo in scena in quella data, avrebbe
probabilmente ben predisposto spettatori e critica anche per gli appuntamenti
successivi, e che ha confermato la voglia di sperimentare e di crescere, nel
segno della qualità, del Conserva torio sannita. Applausi infine per tutti e il
ringraziamento affettuoso di Tosca D’Aquino alla città ospite della rassegna.
Ieratico, ispirato, spirituale,
si direbbe, Mariano Rigillo ha offerto ancora una volta una performance suggestiva ed elegante sabato 13, al Teatro Romano,
ennesimo suo appuntamento con “Benevento Città Spettacolo”. Un destino lo
unisce al Festival, che lo ha visto interpretare i copioni ed i personaggi più
disparati, attraversando le diverse direzioni artistiche fino ad assumerne una
sua propria, nel lontano 1994, in un progetto non dimenticato, con giovani
attori provenienti soprattutto dalla Campania.
All’omaggio al Maestro Eduardo, a trent’anni dalla sua
morte, non si è sottratto, quindi, l’artista partenopeo, che, infatti, ha
presentato, dopo l’esordio a Napoli della settimana scorsa, la sua versione di “Napoli
nella tempesta”, l’opera che il già anziano drammaturgo volle presentare,
parafrasando Shakespeare in una lingua antica e forte, piena di splendide
sonorità.
Un’orchestra di musicisti ed interpreti sopraffini ha
accompagnato Mariano Rigillo nel suo percorso di letture drammatizzate, attraverso
le vicende del Mago Prospero, che determina, attraverso lo spiritello Ariel, la “Tempesta” in cui naufragano i nobili che
anni prima lo allontanarono da Milano. Fra loro il bel principe di Napoli Ferdinando,
che nella versione shakespeariana poi sposerà Miranda, l’adorata figlia del
Mago.
Ma tutte le vicende narrate
dal drammaturgo inglese sono rimaste qui solo sullo sfondo, appena appena
accennate. Su tutto, invece, accanto all’interpretazione di Rigillo, diretto da Bruno Garofalo, la straordinaria
performance dell’orchestra e soprattutto delle sue voci, nell’esecuzione delle
musiche di Antonio Sinagra.
Buoni comprimari, il fosco Calibano, il mostro , l’esuberante
Ariel, la dolcissima Miranda. Interpreti, accanto a Rigillo, Madeline Alonso, Chiara
Baffi, Lalla Esposito, Lello Giulivo e Antonio Murro
In apertura la voce di Anna Teresa Rossini, a ricordare le
parole di Eduardo, il 15 settembre 1984 (morirà un mese e mezzo dopo), al Teatro di Taormina, in un
dichiarazione-testamento sulla vita di sacrifici e di gelo dedicata al Teatro,
supremo trono dell’arte, che è festa, è cuore
che batte, è passione infinita, trasmessa e condivisa dall’amatissimo
figlio Luca.
In chiusura, è lo stesso Rigillo, naturalmente, a ricordare,
con le parole del Bardo, riprese dal drammaturgo partenopeo, il senso vero dell’arte
del palcoscenico, incanto che ogni volta nasce e muore e poi si rinnova.
Giacché i personaggi delle storie, si sa, “sono fatti della stessa materia di cui sono fatti i
sogni..”
Magia pura, quella che ha
coinvolto gli spettatori, finalmente al Teatro Romano, per “Amati fogli sparsi – Eduardo in parole e musica”, interprete Isa Danieli, che, nell’antico emiciclo, domenica 6 settembre, ha restituito intatte al pubblico sensazioni, emozioni, suggestioni ispirate
dal drammaturgo, fra i più grandi del Novecento italiano, di straordinaria
influenza sui cuori e le menti di tutti.
In scena da sola, la Danieli, poliedrica
attrice, è apparsa a proprio agio in
ciascun registro, da quello più elevato a quello più umile, toccando ogni corda
espressiva.
Via via le pagine eduardiane
sono infatti sfilate dinanzi agli occhi degli spettatori, dalle poesie più note
agli immortali pezzi d’Autore, uno su tutti il monologo de “ ‘A Madonna d’ ‘e
rrose”, da “Filumena Marturano”, per l’occasione reso in espressione musicale e
cantata, con la complicità dell’ottimo Danilo Rea, pianista sopraffino, autore
di arrangiamenti splendidi delle canzoni classiche napoletane, reinterpretate in
maniera originalissima e speciale.
“Riconoscenza
e gratitudine ad un’ officina che mi fece donna e attrice, che mi fu casa e
giardino di sapienza e affetto, talvolta di amarezza”, Così la Danieli ha voluto illustrare i perché
della scelta drammaturgica che l’ha vista protagonista infine di ben tre bis,
uno su tutti “Uocchie c’ ‘arraggiunate!””, canzone amatissima da Eduardo e riproposta
con una sensibilità ed una sapienza rare. Quelle della grande attrice che
davvero ha reso omaggio al suo maestro prediletto, in una “sorta dijam session per pianoforte e voce – come si legge nelle note
di regia - affettuosa ed eclettica.”
Indubbiamente un connubio splendido e giustamente applaudito fra due esponenti
della tradizione classica, Eduardo ed Isa Danieli, e che di certo è valso ad
ottenere un puntuale, sicuro, legittimo riconoscimento di pubblico, pur senza
sperimentazioni di sorta e perciò senza sorprese.